Jackie: Recensione

Di   |   16 Febbraio 2017
Jackie: Recensione

 Gli ultimi giorni di Jackie

Ci sono due personaggi più lontani di Jacqueline Bouvier vedova Kennedy, poi sposata Onassis, e il regista cileno Pablo Larrain? Difficile trovarne di più diversi. Eppure proprio Larrain con questo suo film traccia uno dei più bei ritratti di colei che è stata la più fuggevole e più indimenticabili First Lady degli Stati Uniti, ponendo un altro tassello alla sua riflessione (dopo Neruda e dopo No) al rapporto fra potere e comunicazione, alla potenza della rappresentazione del mito contro la realtà.


A partire da un’intervista concessa da Jackie pochi giorni dopo l’attentato di Dallas al giornalista Theodore White di Life, nella grande, deserta villa di famiglia a Hyannis Port, Larrain intreccia diversi piani temporali: il tour della CBS News alla casa Bianca, guidato da Jackie, i momenti dell’assassinio e quelli subito seguenti, tutta l’organizzazione delle epocali, indimenticabili esequie, i dialoghi con il prete che celebrerà le esequie. E racconta così una vicenda umana, quello di lui e di riflesso quella di lei o viceversa, che la tragica fine ha congelato in un istante irripetibile nella storia. E la terribile solitudine del “dopo”, quando il sistema si rimette in moto e immediatamente sgombera i luoghi, ri-arreda le stanze, rimuove, cancella, per fare posto all’inevitabile successore. Ma nessuno doveva pensare di poter mettere Jackie da parte. Tanti i moventi che si possono supporre: per non venire meno al ruolo che la donna si era imposta al momento in cui aveva varcato la soglia della Casa Bianca; per la celebrazione di quell’uomo che aveva visto morirle addosso; perché l’iconografia ne sancisse il ruolo nella Storia; perché non finisse dimenticato come Garfield e McKinley, due Presidenti assassinati ma rimossi nella memoria collettiva, e restasse invece impresso nell’immaginario anche con una celebrazione funebre ricalcato su quella di Lincoln. Forse anche per dimostrare di non essere solo la moglie chic ma inutile, messa a cambiare l’arredamento della White House per accogliere meglio i potenti della terra e organizzare party per gli amici artisti o miliardari. Per diventare la custode di un sogno, durato troppo poco, convinta (loro, felici pochi) di aver fatto parte di quella famosa e tanto poi contestata Camelot, alla conservazione del cui mito Jackie dedicherà tutta la sua energia, per lasciare il suo segno, questa volta solo suo, certa che “la gente alla fine ci avrebbe creduto, perché è bello credere alle favole”. Nel doppiaggio si perde tutto l’incredibile lavoro fatto da Natalie Portman sul modo di parlare della First Lady, ragazza di buona famiglia molto ben educata, preparata per bene sposare, l’eloquio e la postura identiche all’originale. Peter Sarsgaard è Bobby, il fratello che si dispera perché troppo poco è stato fatto, troppo poco resterà. E a che prezzo. Larrain, sulle note di un accompagnamento musicale di Mica Levi, che sembra essere estraneo a ciò che accompagna, ottenendo invece l’inquietante risultato voluto, si interroga se conti la storia o la sua rappresentazione, dubbio oggi più che mai acuto (in nessuna circostanza il Re deve essere nudo), evitando con abilità di finire nelle panie del biopic sentimentale, figurarsi dell’agiografia. Astenersi chi cercasse gossip su di lei o sulla Famiglia, niente ipotesi sui mandanti o gli esecutori (solo una blanda antipatia nei confronti di Johnson e del nuovo staff). Larrain non spiega, non vuole spiegare (sarebbe forzatura soggettiva) e così restano giustamente misteriose le ragioni che determinano il mito, l’insieme di elementi che reggeranno a qualunque verità, preservando la leggenda anche al di sopra dei propri reali meriti, quella presidenza, quella figura storica discussa e irripetibile, il vero grande Sogno dell’America degli anni ’60, consacrato anche da una moglie sulla cui reale amorevolezza non avremo mai certezze. Tutti emendati dall’enormità della tragedia. E resta, deve restare, il mistero del rapporto che ha legato questa coppia, inchiodata nell’immaginario di tutti (dice nel film Jackie “Ero la first lady degli Stati Uniti, ci sono donne che subiscono molto di più per molto di meno”). Dai vari flashback, dai brandelli di un passato recente e recentissimo, emerge il ritratto che Larrain ha deciso di consegnare al pubblico, all’eternità assicurata dai film. Fossimo in Jackie Kennedy non ne saremmo affatto scontenti.

 

Giudizio

  • Il potere della comunicazione
  • 7/10

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