Autobahn: Recensione

Di   |   16 Febbraio 2017
Autobahn: Recensione

 Nicholas corre

L’amore fa girare il mondo, così ci ricorda nel prologo Casey, il protagonista del film Autobahn, mentre è intrappolato nei rottami della sua auto dopo un folle inseguimento appunto in autostrada. Veniamo poi a sapere la sua storia, americano a Colonia, che fa soldi come galoppino di un boss turco (Kingsley) che ha le mani in pasta in qualunque affare sporco. Ma conosce la compatriota Juliette (Felicity Jones), bionda, bella, dolce e onesta pare e per lei molla tutto e si mette a lavorare da un demolitore di macchine.


Ma salta fuori che Juliette è gravemente malata, che ha bisogno di un rene nuovo, che in Germania non glielo darebbero e negli USA costerebbe almeno 200.000 dollari. Casey torna perciò a lavorare per il turco. Ma non sa che nel frattempo l’uomo, ferito nell’orgoglio dal suo fornitore, un boss molto più boss di lui, che si cela sotto rispettabili spoglie (Hopkins), sta organizzando una sua vendetta e ci finisce in mezzo. L’esile trama romantica è pretesto per infilare una serie di sequenze di inseguimento, una più esagerata dell’altra, e di schianti e carambole di macchine a ripetizione, ma onestamente assai ben realizzate. Che sia fra auto e camion, o auto e moto o auto e auto, con annesse sparatorie da apocalisse totale, fra stradine di un pittoresco paesino o su strade e autostrade, le sequenze riescono a far dimenticare, o almeno a mettere in secondo piano, l’improbabilità del tutto. In fondo Autobahn, che ha avuto come titolo anche Collide, racconta una storia elementare, con personaggi elementari, per mettere in scena un po’ azione, che però in ere di azione e violenza iperboliche come le nostre lascia perplessi, consci della sua inutilità. Eppure il bravo (in fondo) ragazzo Casey, che ha l’occhio azzurro e la faccia da bravo ragazzo (con capello corto) di Nicholas Hoult riesce a essere credibile, nella sua corsa senza respiro verso la salvezza dell’amata, indomito e malgrado tutto e tutti, con qualunque auto o camion che il destino gli piazza sotto il sedere, dopo sfracelli da polverizzare una spina dorsale. E riescono anche a divertire, anche se giocano con i rispettivi stereotipi, se si dimentica un passato di cliché, anche Hopkins, elegante magnate che filosofeggia con citazioni letterarie e il truzzo Kingsley, tutto catene d’oro, sete cangianti e donnine di facili costumi a grappolo, che ribattezza il suo galoppino Burt Reynolds, omaggio ad action elementari e diretti di altre ere, appunto, in cui lui salvava lei e basta.

 

Giudizio

  • senza pretese
  • 6/10

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