Resident Evil: The Final Chapter: Recensione

Di   |   13 Febbraio 2017
 Resident Evil: The Final Chapter: Recensione

 Clone contro clone

Nel caso uno si sentisse confuso, a 14 anni dal primo capitolo, sovrastato dai molti altri film visti nel frattempo, con zombi, apocalisse e multinazionali perfide, il nuovo, ultimo (forse) film della saga nata dal famoso videogioco, si apre con un veloce excursus, per rinfrescare le idee a chi non ricordasse bene quante ne ha passate la sempre bellissima Alice/Milla, nella sua trafficatissima esistenza.


L’evoluzione della storia questa volta contempla la solitaria eroina in viaggio verso il luogo dove tutto ha avuto inizio, quella Raccoon City dove la Umbrella sprofonda la sua struttura super-blindata nelle viscere della terra, l’Alveare. La zona è ormai una landa desolata, abitata solo da torme di zombie e da mostruose creature mutanti. Ma la Regina Rossa sembra tradire il suo creatore, quel Dottor Isaacs ormai impazzito di malvagità e in preda a deliri mistici, e rivela ad Alice l’esistenza di un contro-virus che potrebbe salvare quel migliaio di umani ancora viventi e sani. L’avvicinamento al mefitico luogo sarà lungo e cruentissimo e riporterà Alice in luoghi di cui ha dolorosa memoria. Perché stranamente la giovane donna non ha ricordi antecedenti le sue sofferenze da eroina, non ha ricordi dell’amoroso padre che ha dato inizio a tutto, creando quel virus T che avrebbe salvato la sua piccina dalla terribile malattia degenerativa e che invece, in mano  a Isaacs ha devastato l’umanità, come un novello diluvio universale. Accettabile colpaccio di scena finale, che non riesce però a conciliare l’animo dello spettatore con tutte le precedenti svolte narrative, che sono troppo forzate e infarcite di ogni possibile pretesto per allungare/complicare ogni mossa dei personaggi, anche nei minimi dettagli. E quando si esagera con i cloni, si raggiunge una sospensione della “credulità” che fa crollare ogni interesse. Dirige Paul W. S. Anderson, con il suo solito stile da “deficit di attenzione”, mai soffermarsi più di pochi secondi sugli attori, mai più di frazioni di secondo sulle parti delle scene d’azione. Voto fortemente negativo al 3D, fra l’altro del tutto irrilevante, non sappiamo se per carenze tecniche della sala in cui lo abbiamo visto, ma è stata una sofferenza. A parte il canonico ma eccessivo calo di luminosità, lo spezzettamento delle scene d’azione e il montaggio assolutamente frenetico hanno reso le scene d’azione intellegibili, gli orridi mutanti si vedevano in tutta la loro orrendezza solo da morti perché finalmente erano fermi e negli assalti si aspettava di vedere i sopravvissuti per capire chi era morto. Eppure un suo fascino Resident Evil lo esercita sempre, per gli stessi motivi per cui respinge, per l’eccesso di tutto, per la grandiosità della frantumazione dei panorami, per la cieca ferocia degli zombie, per la mostruosità disgustosa dei mostri, per la brutalità insomma che ha sempre permeato l’esistenza di Alice, che è la davvero sempre bellissima Milla Jovovic, sempre incredibilmente uguale eppure ormai vera donna. Dietro di lei, più che intorno, solo figurine, con l’eccezione di Ali Larter e del solito Iain Glen. Più figurina di tutti il laconico Wesker, sempre nascosto dai suoi occhiali alla Matrix. E non fatevi ingannare da quel “Final Chapter”, non è detto, non è detto.

 

 

Giudizio

  • Potrebbe bastare
  • 6/10