Cinquanta sfumature di nero: Recensione

Di   |   11 Febbraio 2017
Cinquanta sfumature di nero: Recensione

 La carica delle ex

Così come nelle canzoni più tradizionali dopo una tot di strofe arriva il ritornello, nei film della serie Cinquanta sfumature di qualcosa, dopo un tot di scene deve arrivare la scopata. Quindi il resto della trama si riduce a mero pretesto per arrivare alle suddette, vero momento che le platee golose attendono, per poter ululare e schiamazzare ad ogni striptease di Jamie Dornan, perché la maggior parte dell’audience del film è femminile in versione libera uscita per Festa della donna.


Già guardando i trailer il dubbio serpeggiava. Si poteva onestamente cercare di ampliare la trama di un film che aveva come scopo quello di essere una patinata versione softcore di un romanzo pruriginoso, che discorreva di amori romantici somministrati a (blandi) colpi di frustino, manette pelose, mascherine di pizzo e altri ammennicoli più consistenti, lasciati però prudentemente ai margini del campo visivo? Un romanzo che faceva leva sulla necessità di trasgressione quotidianamente instillata in un pubblico più televisivo che altro, ma raramente soddisfatta? Andando a colmare, come già dicevamo in occasione del primo episodio, l’esigenza di soft porn costantemente presente in molti individui che, per pregiudizio, per moralismo, per pura paura di virus (informatici) non osano approdare all’hard (oggi con internet sarebbe così facile)? Si poteva pensare che bastasse aggiungere un capo ufficio molestatore, una ragazza con la pistola (a meno di immaginare usi impropri del suddetto arnese) e una matura signora viziosa e possessiva? No, onestamente non si poteva. Abbiamo lasciato Christian, bello ricco e perverso, chiuso fuori dall’ascensore dall’innamorata e intrigata ma pudibonda Anastasia. Lui torna però all’attacco, perché senza di Lei non vive più ed è disposto a rinunciare alle sue eccentricità, pur di averla. Iniziano così i tentennamenti, i riavvicinamenti, i ripensamenti, gli allontanamenti, i ritorni, mentre ogni tanto ci si rotola su un letto o contro un muro. Questa volta Ana scopre pure che le abitudini di Christian, quelle che comprendevano la frequentazione della famosa Camera Rossa, non sono tutte così male, a patto di poter essere lei a decidere, non come succube del fascino dell’uomo o come contraente di un accordo scritto, ma come semplice estimatrice attiva dell’articolo. Si sa che “famolo strano” ha una sua valenza. I personaggi che dovrebbero creare “trama”, i “cattivi” insomma, sono: il capo della candida Ana, che la concupisce facendo andare su tutte le furie il possessivo e potente miliardario, che lo fa licenziare, creandosi un nemico che ritroveremo nel terzo capitolo; una ex succube, che non si capacita di come Ana possa godere di tanto ben di dio senza nemmeno una sculacciata, avendo fatto breccia nel duro cuore del Dominatore; l’amica di famiglia chiamata “Mrs Robinson” (una Kim Basinger così “tirata” da avere cambiato faccia), la perfida pedofila che aveva “traviato” il quindicenne Christian. Ben intenzionata a non mollare la presa sul pupillo sadicamente svezzato, si permette di trattare Ana come l’ultima delle sciacquette. Come non bastasse, affiorano i demoni interiori dell’uomo, del cui traumatico passato apprenderemo qualcosina di più. A condire il tutto, auto di lusso e appartamenti clamorosi, barche a vela, eleganti abiti da sera, intriganti completini intimi e una festa in maschera, che è una via di mezzo fra il carnevale veneziano e il party di Eyes Wide Shut. A chiudere, domanda di matrimonio in ginocchio ai bordi di una piscina illuminata e invasa di fiori, con fuochi d’artificio e anello con blood diamond. Dialoghi che fanno sembrare le frasi dei Baci Perugina materiale da Nobel. Colonna sonora di Danny Elfman, che sparisce dietro la solita selezione di hit “intriganti”. Niall Leonard, che è il marito dell’autrice del libro, scrive la sceneggiatura e si capiscono molte cose. Si capisce perché abbia lasciato

Sam Taylor-Johnson, per dissapori con la James, qui subentra alla regia James Foley, artigiano non molto attivo negli ultimi anni. Ma se il risultato è questo, non è colpa sua, è colpa di E. L. James, ma soprattutto del pubblico che ha determinato il successo dell’operazione. Se confezioni un prodotto così e lo vendi, vuol dire che c’è chi lo compera. E’ questo che impressiona.

 

 

Giudizio

  • Ti conosco mascherina
  • 5/10