Arrival: Recensione

Di   |   19 Gennaio 2017
Arrival: Recensione

 The Circle of Life

In dodici diversi punti del nostro pianeta compaiono 12 misteriose astronavi dall'aspetto insolito, un criptico mezzo uovo levigato come un ciottolo di fiume, che gigantesco si libra lieve nell'aria. Nulla emana dai gusci, né emissioni né segnali di nessun tipo. Per i terrestri i problemi sono i soliti: come capire cosa fare? Come capire cosa vogliono da noi i misteriosi estranei? Per noi la sola presenza implica aggressione, invasione.


In casi come questi, da molte storie lette e viste nel tempo, sappiamo che il problema principale è la comunicazione. A pianeti diversi, a forme di vita diverse, corrispondono linguaggi diversi. In fondo anche fra noi simili, la Torre di Babele ha fatto danni disastrosi. Mentre i militari premono per interventi brutali, gli scienziati cercano di opporre un approccio non violento, per stabilire una connessione e comprendere. Viene convocata un'illustre esperta di linguaggio, Louise Banks (Amy Adams), insieme a Ian Donnelly, un fisico (Jeremy Renner). Sotto la guida dell'illuminato Colonnello Weber (Forest Whitaker), entrambi sono mandati all'interno dei monoliti, dove iniziano un faticoso percorso di reciproca comprensione, agevolati dalla buona volontà delle misteriose creature, che saranno chiamate Ectopodi per la loro bizzarra forma. Si vorrebbe sapere da dove vengono, come sono arrivati, perché sono qui, che intenzioni hanno. Se per capirsi con gli extraterrestri di Incontri ravvicinati bastavano poche note musicali, qui solo dopo infiniti sforzi si arriva a comprendersi con gli estranei che comunicano con misteriosi cerchi e macchie irregolari, a concretizzare concetti e non parole. Ma non è questo il tema principale del bel film di Denis Villeneuve (Prisoners, Sicario), tratto dal racconto di Ted Chiang, Stories of Your Life, regista atteso con il fucile spianato per aver osato misurarsi con il cult Blade Runner, realizzando un sequel che uscirà fra diversi mesi (al momento si parla di ottobre). Perché mentre assistiamo al solito caos post-occupazione/presenza aliena, con isteria delle masse, che si abbandonano come sempre a rivolte e saccheggi, e militari che non vedono l'ora di mettersi a bombardare, i media che fomentano la paura per audience, a fronte di pochi che cercano strenuamente una via pacifica che però richiede tempo, si apre un filone diverso. Se siamo così diversi per forma e linguaggio, per progresso tecnologico e modi di vivere, altre differenze ci saranno, ed enormi, sulla percezione dello spazio, del tempo, di tutto ciò che noi umani egoriferiti pensiamo come concetti universali e invece sono modellati sulla nostra piccolezza, sulla nostra brevità. E così Arrival diventa un film di quella fantascienza “umanista” che cerca nel molto lontano risposte che ci riguardano molto da vicino, come se remote divinità potessero venire ad aiutarci a capire, a salvarci insomma da noi stessi, a vivere meglio quella nostra vita che è l'unica che abbiamo. Coinvolgente emotivamente, Arrival è raccontato con un uso originale dei flashback, che forse "back" non tanto sono, con effetti speciali parchi ma ben realizzati, sorretto dalla bellissima colonna sonora di Jóhann Jóhannsson. Il film si affida molto all'espressività di Amy Adams, attrice che sta scegliendo film sempre migliori, che diventa con tutta la sua sofferta fragilità il tramite attraverso cui si potrebbe arrivare al cuore di questa umanità così difficile da salvare, così dura d'orecchio. Fa paura quello che non conosciamo e cosa c'è di più sconosciuto della vita che ci attende e che non possiamo sapere? Ma se quel cammino potessimo contemplarlo tutto nel suo insieme, avremmo poi il coraggio di percorrerlo, di accettarlo?

Giudizio

  • toccante
  • 7/10

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