Allied – Un'ombra nascosta: Recensione

Di   |   12 Gennaio 2017
Allied – Un'ombra nascosta: Recensione

 Ti fidi di me?

Alleato è colui che sta al tuo fianco, che combatte con te, ti sostiene e supporta, crede in te e negli stessi valori in cui credi tu. Alleati si trovano ad essere Max e Marianne nel 1943, quando si incontrano nella Casablanca popolata di nazisti, francesi di Vichy, affaristi, trafficanti e spie, soprattutto spie. Devono organizzare un attentato insieme, la copertura è nel ruolo di bella coppia innamorata e facoltosa, transfuga dalla Francia.


Dalla finzione i due passano a un’intimità appassionata, vera. La missione è un successo e Max e Marianne riescono a fuggire insieme. Dopo l’inizio a Casablanca (ma scordiamoci Rick e Ilsa), si prosegue sotto le bombe a Londra, dove il sogno d’amore della coppia sembra avverarsi: Max fa carriera, Marianne lo attende innamorata a casa, nasce una deliziosa bambina. Ma l’ombra della svastica si protende sulla famigliola. Marianne è sospettata di essere sempre stata una spia nazista, di essersi infiltrata subdolamente nella vita di Max per arrivare agli alti vertici di Londra. Max dovrà attirarla in una trappola, per confermare la sua colpevolezza e, se sarà provata, dovrà giustiziarla lui, per dimostrare la sua fedeltà. Ma l'uomo è follemente innamorato e rifiuta di credere alla colpevolezza della moglie. Contravvenendo a tutti gli ordini, si getta nella disperata impresa di dimostrare la sua innocenza, leale e solidale fino alla fine. Nella volontà di dirigere un film di genere, vecchio stile, di ricreare l’atmosfera della Hollywood che fu, Robert Zemekis finisce per realizzare un melodrammone, che tocca vette di involontario ridicolo per i nostri disincantati occhi, improbabile e di maniera in ogni momento, volutamente costruito avendo a modello i drammi sentimentali e d’azione degli anni ‘30/’40. Ma non ci riesce anche a causa degli interpreti. Inespressivo Brad Pitt, dalla monocorde recitazione (abbiamo visto il film in originale), irrigidito non si sa se da qualche intervento estetico (sembra la versione di se stesso in mocap per un videogame) o dalla convinzione che quella chiave recitativa si adatti al personaggio, di duro dal cuore sensibile (alla Bogart per intenderci). Marion Cotillard recita un personaggio che recita, nella prima parte di fronte al nemico, in seguito (forse) di fronte all’amato, costretta a lasciare un margine di dubbio nello spettatore, ma non riesce nemmeno lei a trovare la chiave giusta, risultando costantemente fasulla. Insieme sono privi di qualunque chimica, formando una coppia che non riesce a trasmettere il senso della passione che dovrebbe legarli (tocca vette di raro kitsch anche la scena di sesso nella macchina squassata da una artificiale tempesta di sabbia). Quasi grotteschi i personaggi di contorno, così accentuati da sembrare caricature. Un look estetico patinato (fotografia, effetti speciali) rende talvolta i personaggi imbalsamati nei loro costumi troppo perfetti, creando quasi dei tableau vivant, da set di foto di moda. Non sappiamo esattamente le intenzioni di Robert Zemekis, regista che ha fatto film che ce lo hanno reso caro, ma fin dalla scena di apertura il film emana un senso di “finto”, non il finto che è insito in ogni storia anche esagerata, anche improbabile raccontata sul grande schermo. Bensì quell’artificiosità da fotoromanzo, da ricostruzione di qualcosa di già artefatto. Molta della responsabilità del fallimento va però ascritta alla sceneggiatura di Steven Knight, responsabile degli interessanti La promessa dell’assassino e Locke. Sarà il caso di rivedere il giudizio, a suo tempo duro, sul vituperato Vite sospese…

 

 

Giudizio

  • fintissimo
  • 5/10