Silence: Recensione

Di   |   12 Gennaio 2017
Silence: Recensione

 L'assordante silenzio di un dio

Sulla metà del 1600 due giovani missionari gesuiti, Padre Rodrigues (Andrew Garfield) e Padre Garupe (Adam Driver) partono dal Portogallo alla volta del lontanissimo Giappone, alla ricerca del loro maestro spirituale, Padre Ferreira (Liam Neeson), inghiottito da un paese in cui la penetrazione religiosa da parte di altre nazioni era avversata e perseguita con inusitata durezza.


E anche comprensibilmente. In fondo i giapponesi erano giustamente infastiditi perché considerati selvaggi da redimere, mentre un paio di rispettabili religioni già ce le avevano. Ma il cristianesimo seminava la speranza di un domani migliore, come se quel “paradiso” promesso potesse arrivare subito dopo il battesimo, a salvare da una vita di stenti e soprusi. I due preti andranno incontro a un destino diversamente tragico, in cui le loro credenze si misureranno con una realtà estranea e indecifrabile. Padre Rodrigues, su cui si appunta la narrazione, non avrà le sue risposte, nessun dio si degnerò di fargli sapere a cosa siano valse tutte le sofferenze, gli atroci dolori fisici e spirituali, le rinunce che affronterà. E il sacrificio di tante anime disperate e incolpevoli. E nemmeno lo spettatore avrà risposte ai molti interrogativi che la storia semina: perché si ha fede, perché si spera, cosa sia lecito, morale fare in nome di questa fede e fino a che punto. Tratto dal libro di Shusako Endo scritto nel 1966, arrivato all'attenzione di Scorsese già ai tempi de L'ultima tentazione di Cristo nel 1988, Silence è un film lungamente voluto, scritto dallo stesso regista insieme al fidato Jay Cocks, circondandosi di uno stuolo di collaboratori abituali, che garantisce una sublime qualità formale (Rodrigo Prieto alla fotografia, Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo per costumi e scenografie, la leggendaria Thelma Schoonmaker per il montaggio, il produttore musicale è il mitico Robbie Robertson, mentre la colonna sonora è scritta da Kim Allen e Kathryn Kluge). Un voto positivo quindi alla messa in scena, splendida, e uno meno convinto all'intenzione (che non possiamo che intuire però), che per noi resta senza risposta. Viviamo in anni in cui ancora e ancora i popoli si massacrano in nome di qualche dio, sarebbe ora di finirla e di tenere la fede esclusivamente come fatto personale, da gestire ciascuno nel nostro cuore. In silence appunto, come sembra (ma sottolineiamo sembra) dirci Scorsese. Ma chissà. Va detto infatti che Silence è un film ostico, non per tutti, e lo spettatore deve sapere che va incontro a una storia che si srotola spesso ripetitivamente lungo 160 minuti, che a differenza di quanto può sembrare dai trailer non ha nulla a che vedere con Roland Joffé o con Malick. Silence è un film che si pone molti e dolorosi interrogativi e che sarà recepito diversamente a seconda che si sia credenti o meno, accettando la sfida di Scorsese a riflettere, a trarre delle conclusioni. A meno di volerlo relegare ad interessante affresco di un'epoca crudele in cui del popolo, dei sudditi non si aveva il minimo rispetto, tanto da non lasciare loro nemmeno la libertà di credere in quello che volevano. Da non credenti, ricordando nel passato l'invasività violenta dei missionari alla ricerca di selvaggi da convertire in molte altre zone del mondo, non abbiamo mai nutrito troppa simpatia per questi fedeli militanti, la cui azione è stata tante volte sfruttata politicamente quando non è stata braccio armato dello Stato. In nome di dio tutti i popoli nella storia hanno commesso azioni ingiustificabili. Ma la religione è sempre l'oppio dei popoli e nel suo nome tutto sembra divenire lecito. Silence è da leggere anche come un dialogo fra il dio cristiano, soprattutto proprio fra il Cristo e un fallibile essere umano che predica e vive in nome di quanto scritto nei Vangeli e trova però continuamente disattesa la sua necessità di confronto, solo davanti a un dio muto che non asseconda le sventurate contingenze della vita reale dei suoi figli. Se Gesù intimava di amare il prossimo come amiamo noi stessi, allora il protagonista sembra amare se stesso davvero molto poco. Padre Rodrigues, rifiutando l'abiura, sembra ripercorrere un suo personale Calvario, un martirio in vista della salvezza di chi invece la sua missione sembra condannare ad atroce morte, facendogli perdere di vista il confine fra giusto e sbagliato, portandolo alla fine ad accusare anche lui “dio mio, dio mio, perché mi hai abbandonato”. Ma chissà se quel padre esiste e non sapremo mai cosa davvero voglia da noi, per noi.

 

 

Giudizio

  • complesso
  • 7/10

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