Collateral Beauty: Recensione

Di   |   05 Gennaio 2017
Collateral Beauty: Recensione

 La rabbia non paga

Di tutti gli argomenti espulsi dalla nostra attuale cultura, la Morte è sovrana. Morire non piace a nessuno. Veder morire chi amiamo peggio. Visto però che succede, bene sarebbe imparare a convivere con questa tappa inevitabile della vita. Come avveniva un tempo. Oggi al contrario è un pensiero rimosso, che lascia ancora più vulnerabili quanti ne siano sfiorati, colpiti. Chi muore infatti se ne va, chi resta deve fare i conti e non ne è capace.


Di impossibile elaborazione di un lutto atroce (morte di figlioletta di sei anni) parla Collaterl Beauty, film incongruamente quasi natalizio, per il periodo in cui è ambientato e per il momento in cui esce sugli schermi. Howard (Will Smith) è un uomo annichilito dalla crudeltà del destino, che sta provocando la crisi della grande agenzia di pubblicità di cui è socio di maggioranza. Gli altri tre soci  (Norton, Winslet, Peña) tentano invano di richiamarlo a problemi più prosaici (la crisi morde). Pure loro sono ciascuno alle prese con personali problemi gravi e, pur legati a Howard da sincera amicizia, si vedono costretti a ricorrere ad un escamotage, documentare la sua instabilità mentale per costringerlo a uscire dall’azienda e cercare di salvarla. Ingaggiano tre teatranti (Knightley, Mirren e il giovane Jacob Latimore) per fare loro interpretare Amore, Morte e Tempo, le tre “entità” contro cui Howard se la prende indirizzando loro lettere di violente accuse. Come fossero spiriti (dei Natali passati) di dickensiana memoria, cominciano ad assillare l'uomo, per costringerlo a razionalizzare, impresa che non riesce certo al gruppo di sostegno che lui frequenta senza convinzione. Tutti trarranno vantaggio dal gioco che li lega, perché si riconcilieranno con amore, morte e tempo, in modo diverso perché diversi sono i problemi che attanagliano gli amici/soci, oltre che il protagonista. Costruiamo infiniti domino, per la cui edificazione impieghiamo giorni, per poi farli crollare in pochi secondi con un lieve colpetto sul primo mattoncino. Metafora della vita... Noi siamo così, fragili costruzioni. Prenderne atto e andare avanti è un imperativo. Trama cervellotica, ci chiediamo quali stimoli creativi abbia ricevuto l'eclettico Allan Loeb, autore della sceneggiatura, diretta con attenzione all'estetica da David Frankel ( Il diavolo veste Prada, Io & Marley). Ma cosa sarà mai questa “bellezza collaterale” così vagamente di new age-buonsenso, così indefinita, così senza  un vero senso, di cui parla il film e che dovrebbe restarci dopo il crollo? Visto che “tutto è collegato”, allora a grandi strazi corrisponderanno grandi rinascite da qualche altra parte? Non si capirà affatto, restano belle frasi a caso, ed è un peccato perché saperlo potrebbe risultare utilissimo e darebbe un senso alla storia che così proprio non ne ha e diventa l’ennesimo film menagramo, come spesso sono le storie che parlano di morte e malattia senza trovare un angolo di lettura originale, sorprendente. Una volta di più il film lancia un generico messaggio privo di consolazione, ammantando il tutto di un tono fiabesco, che consente un twist che lo spettatore più sgamato aveva già subodorato da tempo (così come scontato è l’altro “colpo di scena” del finale). Will Smith comunque ce la mette tutta e riesce ad essere convincente nella sua performance, così come il resto del cast, nomi da grandi occasioni, sostanzialmente sprecati. Sullo sfondo New York, glitterata dalle mille luci in più delle festa di Natale, così bella che sembra impossibile viverci e non essere felici.

 

 

 

Giudizio

  • mistico
  • 5/10