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Sette minuti dopo mezzanotte: Recensione

di

 Nel regno di mezzo

Oggi ai bambini si raccontano favole dalle quali sono stati espulsi tutti gli elementi inquietanti, tutto l'horror, anche splatter, che certe storie contenevano in origine. Le fiabe erano confezionate a scopo educativo, per preparare i piccini ad affrontare le cose orribili che certamente avrebbero incontrato da grandi. Col risultato che non si impara più ad affrontare gli inevitabili tragici lutti di cui la nostra caduca esistenza è disseminata per sua natura, anche nel nostro protetto (oggi meno che ieri) mondo occidentale.

Quando poi il lutto ci aggredisce anzitempo, la difficoltà è davvero enorme e non esiste preparazione che tenga. Come comincia la storia raccontata nel film Sette minuti dopo mezzanotte, in originale A Monster Calls? Comincia "con un ragazzo troppo grande per essere un bambino e troppo piccolo per essere un uomo". E i suoi incubi. Perché il mostro più mostruoso, il cancro, si sta portando via la bella, giovane, amata mamma. Bullizzato a scuola dal solito gruppetto di carogne, il solitario Conor (il padre è andato via a rifarsi una famiglia negli USA) si rifugia in un mondo che disegna, si perde nelle fantasie che gli suscita la visione del vecchio King Kong in un antico filmino su pellicola, mentre accudisce amorosamente la mamma, come e meglio di un adulto. Ma non basta e arriva la nonna, di cui Conor non può comprendere il dolore, la preoccupazione, solamente la odia perché vorrebbe separarli. Fuori dalla sua casetta, giganteggia un secolare albero di tasso, le cui fronde sembrano sussurrare nel vento delle notti, specialmente allo scoccare delle 12,07 precise. L'albero si anima, diviene un gigante che va a cercare Conor e gli racconta tre storie, con l'obbligo, alla fine, di raccontarne la sua. Le storie dell'albero, tutti messaggi indirizzati a far prendere coscienza della realtà al piccolo Conor, sono narrate attraverso splendidi disegni animati, opera di Jim Kat, illustratore di Harry Potter. Sono tappe lungo le quali il ragazzino dovrà scavare nel proprio subconscio, con un percorso di autocoscienza, per imparare che non tutto è chiaro, il buono o il cattivo non sono sempre ben definiti, l'inganno, l'apparenza rischiano di fuorviare. La fine del viaggio sarà lo svelamento del senso di colpa di un ragazzino che non può più sostenere il peso di tale dolore. Il film, che è tratto dal romanzo scritta da Siobhan Dowd ma completato da Patrick Ness, è diretto da J. A. (Juan Antonio) Bayona, dopo The Orphanage e The Impossible, con un bel cast che comprende il piccolo Lewis MacDougall (era in Pan), Sigourney Weaver che è la nonna e Felicity Jones, la dolcissima mamma. Stupenda, nella versione originale, è la voce profonda di Liam Neeson, l'enorme albero splendidamente "umanizzato" (in italiano è Alessandro Rossi, doppiatore abituale di Neeson), che nel film compare in una foto come il padre della mamma di Conor, quindi suo nonno, e questo acquista un suo senso maggiore nei pochi fotogrammi nel finale, che illuminano di un'altra luce la storia. Bella e triste certo, ma non inutilmente lacrimevole. Come i racconti dell'albero anche la narrazione del film potrebbe infatti sembrare costruita per forzare alla lacrima, mentre induce a riflettere sul fatto che ogni lutto, ogni abbandono tragico ha sempre due facce. E la disperazione di chi resta non riesce a comprendere il dolore di chi sa che ci deve lasciare.

 

Triste, poetico

7