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Lion - La strada verso casa: Recensione

di

 La ricerca del tempo perduto

Lion è un film che racconta una storia vista molte volte, quello che la distingue dalle altre è che sia realmente avvenuta. Perché di vite partite male, nella miseria estrema e con il rischio dell'abuso, è purtroppo pieno il mondo, e non solo il cosiddetto Terzo. Quello che tendiamo a contemplare con scetticismo è la sopravvivenza a tutto questo e il comunemente definito "happy end".

Saroo sulla fine degli anni '80 nasce nel misero paesino di Khandwa, nella regione Madhya Pradesh dell'India, dove una mamma cerca da sola di sopravvivere con i suoi tre figli, due maschi e una femmina, e per campare lavora in una cava letteralmente spaccando pietre. Il maggiore cerca come può di contribuire alla miserrima economia famigliare con lavoretti e piccoli furti. Saroo (4 anni circa), che è il minore, si batte per partecipare alle sue attività. Un giorno terribile però si perde, resta da solo in un vagone ferroviario, si assopisce e al suo risveglio si ritrova a duemila chilometri di distanza da casa, nel brulicare indifferente di Calcutta. Finisce per strada, rischiando di tutto, finché viene rinchiuso in un orfanatrofio. Il piccino parla hindi e non bengalese e non riesce a spiegarsi. Sa con certezza che la famiglia lo sto cercando, perché nella sua misera vita dove già ha visto troppo, Saroo sa di essere stato molto amato. A quel punto il destino decide di farsi benevolo e lo fa adottare da una coppia australiana. Il bambinetto così finisce in una bellissima isola della Tasmania, dove cresce ugualmente amatissimo. Ma il richiamo delle radici è forte e pur ben integrato e mai ferito da manifestazioni di intolleranza o di razzismo, l'ormai giovane uomo sente il bisogno di rifare a ritroso la strada lunga e tortuosa che lo ha portato da chissà dove alla sua attuale, amorevole famiglia. Grazie ai pochi ricordi, scatenati dal sapore di un cibo (un dolce chiamato jalebi) e soprattutto a Google Earth, riesce a isolare una vasta area da cui potrebbe provenire e da lì, a colpi di esclusione, riesce a restringere il campo. Saroo ricorda pochissimo del passato, ma quello che ricorda è così pieno d'amore da indurlo a superare ogni ostacolo. Quei duemila chilometri iniziali sono diventati ben di più eppure nella ricerca del passato si può scegliere di mettere a rischio il futuro. La storia è tratta dal libro scritto dallo stesso Saroo Brierley, A Long Way Home, con la sceneggiatura scritta da Luke Davies (Paradiso + Inferno). A dirigere è Garth Davis, al suo primo film dopo alcune serie tv, fra cui la bella Top of the Lake. Saroo (il cui nome vero, Sheru, significa Leone) è davvero un giovane uomo molto fortunato, ora e nel passato, un piccino graziato dal fato, sfuggito a ben altre tragedie che avrebbero potuto annientarlo, che ha incontrato una coppia speciale, di davvero sublime altruismo. Perché in seguito i due hanno adottato un altro piccino, non altrettanto fortunato però, perché segnato purtroppo a vita da traumi più pesanti. A fare la differenza nella riuscita del film conta molto la scelta azzeccatissima degli attori che interpretano Saroo: il super-tenerissimo piccino Sunny Pawar, che ha dei Big Eyes da intenerire qualunque cuore, che poi da adulto è Dev Patel, più interessante e intenso che in tutti i suoi film precedenti (potrebbe piacere molto alle ragazzine). Una Rooney Mara incolore è la love-story del protagonista. Molto meglio Nicole Kidman, sempre però troppo bella per i ruoli che sceglie (dovrebbe acconsentire a farsi "sciupare" un po' per necessità narrative), che è una madre davvero esemplare. David Wenham è il sempre solidale marito. Sui titoli di coda, come d'uso, le immagini dei veri protagonisti. Come dicevamo, Lion è una storia vera, quindi non può che fare piacere vedere come è finita, anche se gronda sentimenti edificanti. Che però contiene elementi che la salvano da un giudizio negativo (come film nella prima parte è più riuscito che nella seconda, dove si sfalda un po' nel dibattersi del protagonista fra sentimenti contrastanti). Ma riesce a non essere ricattatorio, senza forzare la lacrima nello spettatore. La storia raccontata da Lion serve non solo a riflettere sulla sorte fortunata del protagonista, ma su quella disgraziata dell'infinita quantità di poveri piccini che non ce la fanno e sono purtroppo la maggioranza. E che quindi non fa uscire dal cinema troppo di buon umore, facendoci sentire un po' in colpa con l'eccesso di cure che riserviamo ai nostri fortunatissimi piccoli. La vita di Saroo poteva andare a finire bene o poteva finire malissimo. La sua è andata bene, ma quante (tantissime, la maggior parte) finiscono tragicamente. Meditiamo, specie a Natale, mentre scartiamo superflui e costosi doni. Non per farci provare un moralistico senso di colpa, inutile fra l'altro, che non si risolve con una donazione non si sa quanto utile. Ma per farci capire quanto siamo fortunati e per farci smettere per un attimo di lagnarci sui social, magari.

 

Bella storia

6