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Widows – Eredità criminale

Altro che Ocean’s Eight

di

In una Chicago che sempre più sembra la Detroit degli anni ’30, per criminalità e per collusione fra potere e malavita, durante un “colpo” restano ammazzati tutti i componenti di una banda di rapinatori capitanata da un personaggio quasi storico per l’ambiente criminale e non solo, Harry Rawlings. Restano le vedove, di diversa etnia, età, posizione sociale. Mentre si snoda un filone che mostra l’intreccio fra politici, affaristi e delinquenti e si delinea la collusione fra ambienti assai distanti, le uniche a rischiare di pagare a caro prezzo il rapporto con i banditi sono le donne. Che saranno costrette ad allearsi e mettere in atto un piano per salvare la pelle e garantire un futuro. E magari rimettere a posto qualcuna delle “irregolarità” provocate dal comportamento dei mariti e dei loro soci. Ma non illudiamoci che giustizia trionfi. Si diverte con un noir Steve McQueen, dopo film come Hunger, Shame, 12 anni schiavo. La sceneggiatura è scritta dallo stesso regista insieme a Gillian Flynn, quella di Gone Girl, diventata paladina della vendetta delle donne su un mondo di uomini che le usa e poi le dismette. Ed è tratta dalla miniserie omonima dell’83, scritta da Lynda La Plante (Prime Suspect). Ma non si scambi Widows per un Ocean’s Eight, per una rilettura del noir in chiave #metoo. Perché Widows è molto più duro e meno patinato e la resa è superiore, anche grazie a un cast femminile che sembra interessato a qualcosa di più che cambiarsi vestiti. Certo queste vedove sembrano un poco troppo badass per essere vere, ma di desperate housewives costrette a porre rimedio alle malefatte o alla semplice incapacità dei mariti ne abbiamo viste molte, su grande e piccolo schermo, costrette a reinventarsi vite andate a rotoli. E nella legalità, reinventarsi pare sia più difficile o per lo meno più lento. Ben descritto il rapporto intenso che lega la durissima Veronica (Viola Davis) al suo Harry (Liam Neeson), costantemente rimpianto, carnalmente evocato. Le altre vedove sono l’evanescente Elizabeth Debicki, la sempre aggressiva Michelle Rodriguez e la più defilata Carrie Coon, cui si aggiungerà un’altra madre di famiglia single, Cynthia Erivo. I mariti, che compaiono brevemente, oltre a Neeson sempre carismatico, sono Jon Bernthal, Manuel Garcia-Rulfo. I due gangsta neri sono Brian Tyree Hanry (uno con ambizioni politiche che fa finta di essere pulito) e il fratello criminale Daniel Kaluuya (Get Out), che è la sua longa manu. Colin Farrell è il rampollo con velleitarie ambizioni kennediane, che dovrebbe ereditare un distretto della città dal padre, vecchio dinosauro aggressivo (un sempre grande Robert Duvall). Gran cast insomma, anche nei ruoli minori ci sono facce notissime (Garrett Dillahunt, Jacki Weaver, Lukas Haas, Matt Walsh), si fa notare la fotografia di Sean Bobbitt, le musiche sono di Hans Zimmer. Ottima anche la selezione di canzoni (alla fine c’è Sade con la bella The Big Unknonwn), per un film dall’incerta catalogazione quanto a genere, di fatto godibile e commerciale ma con un suo indubbio tocco d’autore.

Il genere d’autore

7