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Whitney: Recensione

di

 Can I Be Me?

Quante storie abbiamo visto, di personaggi che avevano conquistato fama e gloria grazie alle loro qualità creative, attori, cantanti, artisti in generale. E quante volte li abbiamo visti finire male, vittime di morti premature causate dalla loro fragilità, dall'incapacità di gestire il peso, sembra insostenibile per alcuni, della macchina del successo, schiacciati da una pressione prevista, auspicata, ma trovata poi insopportabile, spesso condotte sulla strada sbagliata da persone che amavano, da famigliari, da compagni.

Nick Broomfield, documentarista, già autore nel 1998 di Kurt & Courtney e nel 2002 di Biggie & Tupac (oltre che di un docu sull'ascesa politica di Sarah Palin), con spirito investigativo si chiede "chi ha ammazzato Whitney Houston?", coadiuvato da Rudi Dolezal, autore di Freddie Mercury: The Untold Story e di un documentario sul cantante austriaco Falco. Broomfield rimette sotto le luci dei riflettori Whitney Houston a cinque anni dalla sua morte, avvenuta nel 2012 a soli 49 anni, per un collasso cardiaco causato sembra dal solito mix di sostanze, passate e presenti. Come d'uso, lo fa grazie a una grande selezione di filmati, di "dietro le quinte", di video amatoriali e di dichiarazioni di vari personaggi coinvolti nella sua ascesa e discesa. Ci racconta la scalata veloce alla fama mondiale di una ragazza semplice, benedetta dalla natura con una voce splendida, mirata prima dalla madre poi da vari manager in una direzione che forse non era la sua, ma chissà da sola dove sarebbe andata. La sua carriera esplode negli anni '80, ragazzina prodigio (cantava già all'età di 14 anni), figlia della cantante Cissy e cugina della mitica Dionne Warwick. Dipendente da droghe fin da ragazza, chiacchierata per un'amicizia tropo stretta con la migliore (e unica) grande amica Robyn Crawford, riceve il colpo di grazia innamorandosi e sposando Bobby Brown, mediocre talento che poi camperà alle sue spalle tutta la vita, aiutandolo a scivolare sempre più nella dipendenza. Nessuno nel vorace entourage che la circondava, potrà, vorrà mai fare nulla di concreto (perfino il padre le aveva fatto causa per 100 milioni di dollari, soldi da lui pretesi per l'assistenza alla carriera prestata negli anni). Un uomo solo, il suo body guard (nessun riferimento al personaggio interpretato da Kevin Costner nel noto film) presenterà un rapporto sui baratri che si aprivano davanti alla cantante, ma sarà cortesemente allontanato. Il documentario realizzato senza le autorizzazioni legali che di solito sono necessarie, conferma quanto già si sapeva, con una serie di immagini che evidenziano molti discutibili aspetti della vita di Whitney, che purtroppo anche come genitrice non deve aver lavorato bene, perché la tenera bimbetta Bobbi Kristina, che vediamo spesso trascinata sul palco da una madre sovraeccitata, diventata ragazza ha cominciato anche lei a fare uso di droghe e a 22 anni è morta per abuso. Su Wikipedia si cita una sua frase in cui Whitney afferma di fare solo ciò che ha deciso personalmente, di essere unica responsabile dei suoi gesti, diventando così il peggior nemico di se stessa. Lodevole presa di responsabilità, chissà se ha mai messo in conto la possibilità di circondarsi di persone positive e non negative come il nefasto marito. Whitney è la storia già vista ma non per questo meno toccante di una vita buttata, di un talento sprecato, di una persona devastata, perché incapace di porre adeguate barriere fra se stessa e un mondo indifferente e avido, fra se stessa e la sua vera anima, che nessuno le aveva insegnato a distinguere.

 

 

Valido, toccante

7