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Where to Invade Next: Recensione

di

 

Il saccheggio virtuoso

Dopo la Seconda Mondiale, gli americani di guerre ne hanno fatte tante altre, ma non ne hanno più vinta nessuna.  E tutte quelle fatte non hanno portato a molto, anzi hanno contribuito a creare movimenti come l'ISIS. Ah no, dimenticavamo, qualcosa hanno portato, il petrolio. Il Pentagono allora chiede aiuto a Michael Moore, che decide di partire alla conquista delle Nazioni che possiedono qualcosa che manca agli States, qualcosa che possa essere davvero utile.

Moore ha una cotta per molte nazioni europee, abbiamo capito che gli è più simpatico il Canada (e perfino Cuba) degli USA, paese che ama davvero ma per il quale (e per i suoi abitanti) non nutre più molta fiducia, molta stima. Michael parte per l'Italia e va a intervistare una coppia dalla situazione davvero rosea, protetti da contratti di lavoro ormai in estinzione. Contratti che gli permettono tantissime ferie pagate e di conseguenza la possibilità di fare tanto l'amore (dice l'ilare documentarista). Poi si passa in Francia, in una scuola in Normandia dove in un'idilliaca mensa si cucina come in un ristorante Michelin. In Finlandia c'è uno dei migliori sistemi educativi del mondo, non si danno nemmeno i compiti a casa e si ride dei terribili test a risposta multipla. In Slovenia si va all'Università senza accumulare debiti. In Germania c'è la Classe Media, data per scomparsa da Moore negli USA, lavoratori non stressati e ben accuditi dai "padroni". E nei confronti del Nazismo, nelle scuole si effettua un lavoro di informazione e presa di coscienza davvero approfondito (che More paragona alla negazione dello sterminio dei Nativi americani che viene invece attuato a casa sua). In Portogallo sono state depenalizzate le droghe, con un inatteso abbassamento dei consumi (e questo fornisce a Moore la scusa per esporre la sua teoria "complottista" sull'emarginazione e la carcerazione di una gran percentuale della popolazione di colore, causa spaccio e consumo di droghe). In Norvegia trova carceri a misura d'uomo, nella forte convinzione del valore della riabilitazione, con tassi di recidiva del 20% contro l'80 degli USA. La vetta la tocca passando a un carcere di massima sicurezza, dove le guardie gli confezionano un video in cui cantano We are the world (ma che, davvero??), idilliaca comunità dove i guardiani non sono nemmeno armati. E lì l'alternanza fra immagini di un Breivik trattato con ogni garanzia legale e di prigionieri comuni americani pestati come tappeti fa un certo effetto. In Tunisia Moore trova cliniche per le donne dedite alla contraccezione, con l'aborto legale dal 1973. Inoltre le donne nel 2014 erano scese in piazza contro gli integralisti. In Islanda poi troviamo la prima donna a essere stata eletta Primo Ministro e altre donne al potere e sappiamo come sia finita da loro la crisi del 2008, banchieri in galera e ripresa economica fortissima. Forse se ci fosse stata una Lehman Sisters.... Moore fa mostra di essere avvilito, mentre nazione dopo nazione pianta la sua bandiera sul suolo di paesi che sembrano avere tutto da insegnare, di paesi dai quali ci sarebbe molto da imparare. Ma alla fine fa una specie di sobbalzo e così chiude il cerchio della narrazione, facendo capire il senso della sua ricerca che è molto meno sciocca o ingenua di quanto abbia voluto far credere fino a quel momento: tutte le "qualità", le belle cose di cui impossessarsi, i valori da imparare, erano già loro, erano nella Carta dei diritti, nella Costituzione, ma sono stati disattesi, dimenticati, abbandonati nel corso degli anni ("le belle idee erano nostre non si doveva invadere nessuno, bastava passare al nostro reparto oggetti smarriti"). Sono lì, a portata di mano, solo da spolverare, pronte da recuperare. E si comprende come Where to Invade Next sia un film indirizzato proprio agli americani, ai suoi compatrioti, con un bel finale che cita il Mago di Oz: "tutti possiamo tornare in Kansas". Epilogo all'ombra del muro di Berlino, così alto e insuperabile eppure così fragile, basta uno scalpello e un martelletto (certe volte basta così poco... basterebbe essere in tanti). Michael Moore è un personaggio ingombrante e non solo per la taglia, Può essere antipatico, insopportabile, fastidioso, è un personaggio manicheo, ha le sue idee e a queste adegua la loro esposizione. Divide l'audience fra chi lo ama e chi lo detesta, fra chi gli crede e chi neanche per sogno. Eppure fra tutte le informazioni che scarica sullo spettatore, nel corso dei suoi documentari, qualcosa di buono, di utile c'è sempre e alla fine il suo ragionamento può finire per essere condivisibile, diciamo "empatizzabile", per usare un brutto aggettivo. Con la sua aria da amabile zitellona anglosassone che ciabatta con finto stupore per il mondo, Moore non nega certo che nei paesi visitati ci siano problemi di diversa natura, ma è stata tutta una giocosa provocazione. Quanto più si ama la democrazia, tanto più ci si arrabbia quando se ne vede lo sfacelo.

 

 

Mica scemo il ragazzo

7