MovieSushi

West Side Story

Un remake d’autore per il celeberrimo musical

di

Correva il lontanissimo anno 1961, fra le cose che sarebbero arrivate in Italia dagli States a darci l’idea di un genere, il musical, che in Italia era (ed è rimasto) poco amato, possiamo citare Tutti insieme appassionatamente, Hello Dolly, Funny Girl. Il gradimento era reso ancora più arduo dal fatto che i film fossero doppiati in italiano, con le parti cantate a volte faticosamente tradotte, a volte lasciate in originale ed erano anni in cui non molti sapevano l’inglese. E arriva sui nostri schermi West Side Story, preceduto da un enorme successo a Broadway, dove veniva rappresentato dal ’57 e aveva vinto 3 Tony Awards. Il film aveva vinto ben 10 Oscar. Le musiche erano dell’eccelso Leonard Bernstein e i testi dell’altrettanto eccelso Stephen Sondheim, da pochissimo scomparso. Si trattava di un’inattesa rivisitazione di Romeo e Giulietta di Shakespeare, trasposto in quello che era allora uno dei ghetti di NY, il West Side di Manhattan. Per informazione, la zona si trova fra la 59° e la 110° a ovest del Central Park, verso l’Hudson, oggi area del tutto gentrificata, tanto che nel 2000 ci viveva il Patrick Bateman di American Psycho e Samantha di Sex and the City, oltre a Will e la sua Grace. Dove oggi sorge il Lincoln Center, allora in mezzo al totale degrado era difficile la convivenza fra poveracci bianchi e immigrati di colore, in questo caso portoricani. A emozionare erano state le sublimi e innovative coreografie di Jerome Robbins, autore della regia teatrale e qui solo delle sequenze di ballo, mentre il film era diretto dal grande Robert Wise (che in seguito ci avrebbe dato film come Ultimatum alla terra, Lassù qualcuno mi ama, Tutti insieme appassionatamente, Quelli della San Pablo). I protagonisti sembravano levitare su strade di periferia, cumuli di macerie e campetti da basket in un’impossibile fuga da un ambiente che li avrebbe trascinati sottoterra in breve. A quel tempo il cast era di emeriti sconosciuti, mai però meglio scelti, a parte la già diva Nathalie Wood (Maria/Giulietta), doppiata però nelle parti cantate da Marni Nixon come anche Richard Beymer (Tony/Romeo) aveva la voce di Jimmy Bryant. Un po’ di storia passata non guasta, accingendoci alla visione del remake che 60 anni dopo ha “osato” realizzare nientepopodimeno che il venerato Steven Spielberg. Noi siamo fan della prima ora, ma abbiamo cercato di essere il più imparziali possibile, nonostante restiamo del parere che certi film perfetti non andrebbero mai rifatti. Con il famoso fischio iniziale, entriamo in contatto con le due gang da strada, i Jets bianchi e gli Sharks portoricani, Montecchi e Capuleti, inglese vs spagnolo, emarginati contro ordine costituito. Tony, bianco, amico fraterno di Riff, leader della banda dei Jets, si innamora, riamato, di Maria, sorella di Bernardo, capo degli Sharks, divisi da odio insanabile. Tutti trascinano inutili vite da strada, persi nel loro odio e nella rivalità che non lascia spazio a evoluzioni. Solo Tony, che lavora in un bar, e Maria, sartina emigrata che crede nel Sogno, sperano, credono, si illudono. La fine è nota, qui leggermente diversa che in Shakespeare. Questa versione di Spielberg è rispettosissima dell’originale, di cui la fotografia di Janusz Kaminski rifà addirittura certe inquadrature, e non solo nella trama e ci mancherebbe, ma anche nelle coreografie, nei costumi di certe scene, nelle battute dei dialoghi che non sono cambiate. Questo remake è solo un po’ più “politicizzato”, con una sottolineatura ripetuta del processo di gentrificazione dei quartieri popolari e dell’impossibile integrazione fra poveracci di diverso colore di pelle ma ugualmente emarginati. Spielberg non rifà la celeberrima apertura sui titoli di testa (con la suite di Bernstein su animazione di Saul Bass), affida due canzoni a due personaggi diversi (Cool la fa cantare a Tony invece che al luogotenente di Riff e Somewhere a Rita Moreno invece che ai due sfortunati amanti). A Rita Moreno, che era una strepitosa Anita nel 1961 (aveva vinto un Oscar infatti) affida il ruolo della vedova di Doc, l’amichevole vecchio proprietario del bar dove lavorava e si rifugiava Tony, anche lei solidale ma impotente. Dubitava forse qualcuno che Steven Spielberg non sapesse “fare” bene un film? Quindi la sua versione è in fondo splendida, travolgente in alcune parti, con coreografie di grandissimo impatto e un cast che recita, canta e balla in modo complessivamente eccezionale. Perché le musiche sono la vera forza di questa storia e dei due film, e quelle sono sempre le stesse, con immortali canzoni come Maria, Tonight, Somewhere, America, I Feel Pretty, Something’s Coming . La migliore del cast per noi è Ariana DeBose, che è un’Anita dirompente; Ansel Elgort, che abbiamo già visto recitare, qui pure canta in modo sorprendente; Maria Zegler, voce da soprano al suo esordio come attrice, è un’ottima Maria. Da tenere d’occhio Mike Faist, che è un Riff superiore al Russ Tamblyn del primo film, che era un ballerino ottimo ma un attore mediocre. Manca invece totalmente di carisma David Alvarez, danzatore atletico, che è un Bernardo brutale e rozzo, niente a che vedere con l’elegante George Chakiris (premiato infatti anche a suo tempo lui con un Oscar). A sfavore di questa versione gioca anche il fatto che stupire e rapire oggi come allora è quasi impossibile, manca l’effetto della sorpresa che colpiva in quel modo di fare film. A margine, questa nuova versione da noi è assai malservito dal doppiaggio italiano, non per incapacità dei doppiatori, ma per altre scelte della distribuzione. Quindi è meglio cercare di vederlo in originale con sottotitoli. In ogni modo le parti cantate sono rimaste in inglese e sono sottotitolate. Ma a questo punto, se tutto è così uguale all’originale e se, come è vero, quell’originale non è per niente datato, per un marziano caduto sulla terra, che non avesse mai visto il film del ‘61 non sarebbe meglio andare a recuperare il film di Wise, invece che guardare questa pur smagliante copia?

Bello, ma meglio l’originale

7