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War Machine : Recensione

di

 Il dramma di un uomo ridicolo

Distribuito da Netflix è uscito su piccolo schermo War Machine, film atteso con interesse oltre che per la presenza del divo Brad Pitt (anche produttore), perché diretto da David Michôd, regista australiano che ci ha dato due film notevoli e disperatamente pessimisti sulla natura umana come Animal Kingdom e The Rover. La sua sceneggiatura è tratta dal libro di Michael Hastings "The Operators: The Wild and Terrifying Inside Story of America's War in Afghanistan".

Si racconta l'avventura del Generalissimo McMahon (in realtà si tratta del generale Stanley A. McChrystal), mandato nel 2009 sotto amministrazione Obama in Afghanistan, per mantenere lo status quo, senza ulteriori impegni in zona, senza spargimenti di sangue, senza altre truppe. Insomma senza rompere le scatole a nessuno. Ma il militare è uomo tutto d'un pezzo e ha della faccenda una sua idea personale, fortissima, come tutte le sue (non molte) idee, e non permetterà a nessuno di contrastarlo, un vero fuorviato Don Chisciotte contro mulini a vento che sono ben altra cosa. Soggetto interessante e interessante cast, ma la storia, che da subito la voce fuori campo sembra virare al grottesco (che si rivelerà essere quella dello sgualcito giornalista di Rolling Stone che con un suo articolo affosserà definitivamente il Generale), poi non prende una direzione precisa, restando sì una satira ma dai toni così sobri da sembrare fin troppo realistica. Che sarebbe una finissima scelta, ma difficile da percepire. La follia in ogni modo dilaga, l'incomprensione è totale fra americani e americani, fra americani e alleati, fra americani e "indigeni". McMahon nella sua cieca buona fede, cieca in quanto la sua visione è limitatissima, è onestamente convinto di avere le risposte, senza sapere che le domande non sono quelle che crede lui, mentre gli viene detto chiaramente di non pensare a vincere una guerra ma al massimo preparare una bella presentazione in power point. War Machine è ben diverso dai sommamente (più palesemente) satirici La guerra di Charlie Wilson o la serie tv The Brink o dai numerosi film che hanno sbeffeggiato un conflitto che si basava su ipocriti presupposti "democratici", mentre serviva a coprire ben altri interessi, sull'onda della tragedia dell'11 settembre. Brad Pitt instrada subito sul versante satirico, attraversando il film con la faccia irrigidita in una smorfia alla John Wayne, la postura del corpo artefatta, la mano "ad artiglio" a stringere l'immaginario, generalesco sigaro che la morigeratezza politicamente corretta dei nostri tempi gli vieta. Ma la sceneggiatura a tratti non lo sostiene, lo vira su altri versanti, quasi malinconici (e anche questa sarebbe una finissima scelta). Con la sua mite consorte che lo passa a trovare, provinciale intimidita dall'apparato, McMahon è la personificazione dell'americano stolido ma non cattivo, il militare che sa sempre cosa fare rispetto al civile, con certezza granitica, anche in ottusa buona fede. Aspetto che si evidenzia nello scambio di battute con il soldatino disperato, che non riesce a distinguere l'afgano buono da aiutare per la democrazia da quello cattivo, che lo odia e vuole farlo fuori. McMahon, circondato da un gruppetto di aiutanti che sembrano usciti da Mash, legati a lui da un rapporto che gronda tutta la risibile retorica di tanti film di guerra, coltiva un'illusione, quella del poliziotto del mondo, che nessun presidente, nemmeno Obama, è stato capace di sconfiggere. Anche in una ridicola, inutile missione di facciata può però crepare gente per niente. Ma si tratta di "casualties", che importa ("non si può fare una frittata senza rompere le uova")? Chiedersi una volta di più (come fa la politica tedesca affidata al cameo di Tilda Swinton) cosa c'entri tutto questo con Al Quaeda e l'11 settembre. E non pensiamo nemmeno a dove siamo arrivati oggi. Esilarante comparsata finale di Russell Crowe. Forse pure lei malinconica.

 

Una parodia ironica, non cattiva

6