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Waiting for the Barbarians

Chi sono i veri “barbari”?

di

C’è una guarnigione, un avamposto di qualche indefinita potenza posto sul limite di un confine lontano, oltre il quale si stende il deserto, percorso solo da qualche nomade. Un uomo civile e pacifico, amante dell’archeologia, gestisce la minuscola cittadella, con il titolo di Magistrato, amministra una giustizia spicciola, regola i traffici locali, in pace e armonia con la popolazione locale. Che, pur occupata militarmente, sopporta con filosofia un giogo non troppo sgradevole. Ma sopraggiunge il feroce Colonnello Joll, una vera carogna di mestiere, che deve trovare a tutti i costi un nemico, la lotto contro il quale giustificherebbe la sua attività, la sua carriera. I governi violenti per esistere, devono avere un nemico contro cui scagliarsi. Inizia a rastrellare e torturare, stuprare e deportare. Il Magistrato, sconvolto, non ha la minima chance di opporsi. Cerca solamente una specie di risarcimento morale occupandosi di una ragazza orrendamente torturata, ma sarà frainteso da lei, dai barbari, dai suoi simili. Dopo aver messo a rischio la sua stessa vita, il pover’uomo si troverà di fronte alle conseguenze provocate dalle azioni di altri. Perché a forza di invocarli, di cacciarli, di provocarli, i barbari arriveranno. I barbari di J. M. Coetzee, premio Nobel, dal cui romanzo è tratto il film, non sono i tartari di Buzzati, qui il discorso è più semplicemente politico, meno esistenziale. La storia è una metafora fin troppo chiara ma non per questo sorpassata né scontata delle infinite invasioni e colonizzazioni di cui si è macchiata gran parte delle Nazioni “civilizzate” (e quanto ci sarebbe da discutere su questo termine), che per giustificare il desiderio di espansione si sono inventate ogni genere di “cattivo”, da redimere, da civilizzare, da castigare. Corrompendo popolazioni locali e stortandole a un’efferatezza che non farebbe parte dei loro usi. E dove questo nemico non c’era, se lo è creato. Mark Ryalace è sobrio come è sua caratteristica, ma non per questo meno efficace nel conferire al suo Magistrato tutta la patetica illusione che la ragionevolezza, la civiltà possano vincere su violenza e brutalità gratuite, nella consapevolezza finale di avere sprecato la sua intera esistenza. Johnny Depp non esagera nell’interpretare il Colonnello dal funereo look, che sembra portare in sé, oltre che nella divisa, il buio delle sue segrete, in contrasto con la luminosità dei campi, del deserto circostante. Robert Pattinson è il suo viscido aguzzino, impassibile e inquietante. La bellissima Gana Bayarsaikhan, di razza mongola, è la ragazza nomade, ago della bilancia per il Magistrato. Dirige il colombiano Ciro Guerra (El abrazo de la serpiente e Oro verde), sulla sceneggiatura scritta dallo stesso Coetzee. Al netto di qualche ridondanza, Waiting for the Barbarians, con la sua progressione così nota, così inevitabile, lascia con l’amarezza che nei secoli nulla è cambiato, sono cambiati i metodi, i pretesti, la comunicazione. Ma la sostanza nel comportamento di tanti Poteri forti e la loro impunità sono rimaste sempre quelle. Probabilmente connaturate alla razza umana.

Una metafora molto leggibile

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