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Vox Lux

Un’allegoria dei nostri tempi

di

C’è sempre un abisso fra le intenzioni e il risultato finale, il proverbiale “ fra il dire e il fare”, e ci sono molti modi per arrivare allo scopo del proprio discorso. Il giovane regista Brady Corbet (è nato nell’88) dopo il successo di The Childhood of The Leader, che nel 2015 gli aveva fatto vincere un paio di premi a Venezia, decide di dirci la sua sulla Verità dei nostri tempi, sulla perdita dell’innocenza, sul vuoto di valori, sulla grande truffa del rock’n roll, no scusate del pop e chi più ne ha più ne metta. Tutto annunciato del resto nel sottotitolo originale, che recita “A twenty-first century portrait”. Si narra l’avventura esistenziale della tenera Celeste (accompagnata dalla didascalica voce fuori campo di Willem Dafoe), che da ragazzina, nel 1999 (anno di Columbine), viene graziata da un evento tragico, una delle consuete stragi scolastiche. Sopravvive, pur con una ferita al collo che la obbligherà a tenerlo coperto e ad assumere antidolorifici per tutta la vita. La ragazzina scrive e canta canzoncine, è un prodigio per i suoi famigliari anche se il suo talento è mediocre. Ma dato il rilievo mediatico del suo caso, viene arpionata dall’industria sempre assetata di nuove prede da vendere al pubblico sempre più rimbecillito. E le sue canzonette adolescenziali, con testi di onesto messaggio di solidarietà, cantate con vocina incerta, diventano hit e fanno di lei un simbolo, da vittima a vincitrice. Nel 2017 la ritroviamo, interpretata da Natalie Portman, ormai ingranaggio perfetto di una macchina che vende il nulla, corrotta e complice. La diva, che ha trovato nuovo rilancio nella strage delle Torri gemelle, è però convinta di ricoprire un ruolo importante, da detentrice di una Verità da comunicare, da trasmettere al mondo attraverso le sue composizioni. Come essere umano però è una frode totale, incapace di gestire il rapporto con la sorella, anzi abusando del suo ruolo dominante, della sua veste da martire, e madre davvero discutibile di una già lesionata figlia adolescente. Celeste è un prodotto, costruita, manovrata da un sistema che crede di esorcizzare l’orrore che ci sfiora ogni giorno e ogni tanto ci colpisce, danzando sul vuoto, senza creare un pensiero in chi ascolta anzi decerebrando le masse. Del resto le pecore vanno al macello tranquille e agitarsi, consci di ciò che ci circonda, non servirebbe a nulla, meglio crogiolarsi nell’incoscienza e nel disimpegno venduto per il suo opposto. Ottimi gli interpreti, convinti dei personaggi che interpretano: Natale Portman vera serpe un po’ sopra le righe, su modello presumibilmente di note dive pop; Jude Law fa del suo meglio in un ruolo convenzionale; Stacy Martin è la sorella vampirizzata. Le coreografie luccicose, opera del marito di Portman, Benjamin Millepied, sono (volutamente) da talent, le canzoni sono composte da Sia, ottimo (e come dubitarne) il lavoro compiuto sulla colonna sonora da Scott Walker, con l’ingresso di rumori disturbanti, stranianti. Il messaggio di Corbet, che scrive anche la sceneggiatura e gira in 35mm con diverse dominanti cromatiche a seconda del periodo narrato, è però troppo costruito, artificioso, forzato. E inutilmente moralista, che è il difetto peggiore, e non riesce a replicare con la stessa efficacia il discorso portato avanti nel suo film d’esordio. Questa volta non abbiamo apprezzato, non si monti la testa, si ripresenti.

pretenzioso

5