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Villetta con ospiti

Il mondo è a nostra immagine

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Spesso sembra che le commedie italiane che vogliono raccontare qualcosa di più che crisi sentimentali o esistenziali, cioè uno spaccato di società con intenti magari moralisti, godano nel mettere in scena sempre solo il peggio dell’italico popolo. Magari traendo spunto anche da fatti di cronaca nera, che se nera e non rosa si chiama un motivo ci sarà. Così anche questa volta siamo in un habitat ormai corrotto, quella provincia veneta dove ai tempi dei Signori e delle Signore di Pietro Germi tutti sembravano intenti solo all’accumulo della “roba” e a farsi le corna. Oggi l’accumulo è diventato talmente prepotente da oscurare anche il sesso, che è appena quell’attimo del riposo del guerriero, fra una corruzione, un illecito, un sopruso e l’altro. Giorgio (Marco Giallini), cinico e indifferente, è il titolare di un’azienda vinicola, che apparteneva alla donna che ha sposato (Michela Cescon), divenuta una donna spenta e frustrata che non riesce più a stabilire un rapporto con la figlia adolescente, mentre a mala pena gestisce un figlio più piccino. Intorno ha la madre che la bullizza (Erika Blanc), un prete “bello” che piace a troppe mogli (Vinicio Marchionni), un chirurgo disonesto (Bebo Storti), che opera per soldi e per evasione, un poliziotto che odia e disprezza tutti (Massimiliano Gallo), che tutto sa ma che non riesce a punire e allora intreccia ambigui rapporti e traffici illeciti con quelli che sa colpevoli (il personaggio più debole, con i moventi più confusi). Forse crede di essere migliore e invece è solo roso dall’invidia. Poi c’è il secondo anello, con un coro di altri “personaggetti” (direbbe Vincenzo De Luca), che tutti vivono mangiando le briciole dei gruppi dei più potenti. Fra questi la comunità di romeni, alcuni che continuano a trafficare, altri che provano a essere onesti, in vista di una vita migliore (illusi ovviamente). Ivano De Matteo dirige una storia da lui stesso scritta, come altre volte insieme alla moglie Valentina Ferlan, ex attore passato alla regia, autore di alcuni film in cui già stigmatizzava certe pessime derive della società italiana, come La bella gente, Gli equilibristi, I nostri ragazzi, La vita possibile. Qui mette in scena il solito quadro pessimista, proprio senza speranza, di una società in cui i rapporti sono determinati solo dai reciproci favori, dai ricatti, dai soldi, dal potere “contrattuale” che ciascuno detiene. Gli altri sono vasi di coccio che si possono rompere senza problemi. Il problema è che i personaggi sono poco sfaccettati, le situazioni schematiche, al punto che la più credibile risulta essere la più improbabile, la vecchia madre della protagonista, odiosa, ricca, razzista, classista, autoritaria (una gustosa incarnazione da parte di Erika Blac), mentre si sforza per essere più credibile Cristina Flutur, la povera immigrata, serva della ricca famiglia. Giallini recita con la mano sinistra, il solito romano cinico che si è inurbato, ma che nel Veneto ha trovato chi gli può dare lezione di disinvoltura. Basterebbe che uno di questi anelli si spezzasse e almeno qualcuno pagherebbe per le proprie colpe. Così non è, non sarà, ci dice il film. Ma dopo il ritratto convenzionale di una provincia a tinte fosche, la tenuta della storia non regge, con l’irrompere di una svolta narrativa, che mette forzatamente ogni personaggio là dove deve essere incasellato, ma è davvero superiore a ogni sospensione di incredulità.

forzato

6