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Vice

Il vizio del potere

di

Vice, che fa le funzioni di, che sostituisce. In inglese però anche vizio. Nel caso di Dick Cheney questo lettura è particolarmente appropriata, perché dal vizio del potere il noto personaggio è stato sicuramente infettato. Nello strepitoso film diretto da Adam McKay lo incontriamo giovane uomo appena sposato, lavoratore senza arte né parte, ubriacone e rissoso. Costretto dalla moglie Lynne (Amy Adams), mette la testa a posto, si impegna nella carriera politica ben deciso a scalare i vertici del sistema, infischiandosene del colore politico, repubblicano o democratico non importava, sceglierà i repubblicani solo perché convinto da un discorso di Donald Rumsfeld (un eccezionale Steve Carell). Uomo pensoso e calcolatore, lentamente, fra alti e bassi, dentro e fuori dalle stanze che contavano, si troverà miracolosamente al posto giusto nel momento giusto, quando Bush Jr (un esilarante Sam Rockwell) lo chiamerà proponendogli, nella sua infinita imperizia, il ruolo di Vice Presidente, appositamente modificato. E questo ruolo Cheney svolgerà in pieno, sostituendo in toto Bush durante la crisi dell’11 settembre, data terribile in cui l’inarrestabile Dick vedrà “un’opportunità”. Sfiorato (lui e molti altri a lui intorno, dell’entourage di Bush Jr) da scandali finanziari (il più noto è quello legato agli intrallazzi con la Hallyburton), responsabile principale dell’intervento in Iraq, con la famosa storia delle “armi di distruzione di massa”, e delle norme che hanno per prime infranto la privacy dei cittadini, ha autorizzato le Rendition e la tortura sui prigionieri e creato le basi per una stampa e una televisione di regime. Trump, da lui del resto fortemente appoggiato, dovrebbe erigergli un monumento. Vice è un amaro e sarcastico ritratto di un uomo da nulla dei nostri tempi, senza altro merito che la propria ambizione, privo di qualunque idea di Stato. Il film non nasconde il grande amore per la sua famiglia, in nome della quale Cheney si è lanciato nella scalata del successo, rinunciando però a più prestigiose candidature per amore della figlia lesbica, per non farla finire sotto i riflettori dei media. Ma ancora meglio per lui, diventa una vera eminenza grigia, l’uomo che dalle stanze del potere, sottoposto a controllo inferiore, la fa da padrone, tesse, disfa, complotta, organizza, sfilando via sempre indenne. Non si pensi che Vice sia un pamphlet fanti-repubblicano, non è un documentario (come l’eccezionale The Unknown Known su Rumsfeld e chi non sapesse nulla dello scandalo Hallyburton forse si perderà la citazione), e come pensarlo con uno come McKay alla regia. Grazie alla sceneggiatura, al montaggio, allo humor insomma e allo stile che contraddistingue questo autore, divenuto famoso con l’eccezionale La grande scommessa, Vice si rivela uno dei film più spietati e spassosi (e amari) dell’anno, che sarà protagonista ai Golden Globe e agli Oscar. Non perdetevi assolutamente la scenetta sui titoli di coda. Eccezionale l’interpreazione di Christian Bale, vale quanto si è detto per Gary Oldman in L’ora più buia, perché ingrassamento (reale) e trucco non tolgono anzi enfatizzano ogni sguardo, ogni piega delle labbra, ogni minima espressione. Perfetta anche Amy Adams nel ruolo della consorte, degna compagna di cotanto uomo, che durante un party affollato dirà “metà delle persone presenti in questa stanza vorrebbe essere noi, l’altra metà ha paura di noi”, frase degna della feroce coppia di House of Cards. Il narratore esterno è un personaggio interpretato da Jesse Plemons e non possiamo dire di più perché anche questo dettaglio fa parte dell’originalità del film. Nella storia i personaggi come Cheney (o oggi Trump) non piovono mai dal cielo. La responsabilità è anche di chi vota certi personaggi, certi sistemi. Diffidate dell’uomo che tace, ci dice il film, perché mentre parlate, pensa, mentre agite, pianifica e mentre dormite, agisce.

Da vedere e rivedere

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