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Un uomo tranquillo

La vendetta si serve gelata

di

Nels Coxman è un uomo austero, taciturno, instancabile lavoratore: con i suoi giganteschi spazzaneve percorre le strade della sua provincia, Kehoe, adagiata in una vallata del Colorado, stratta fra altissime montagne, luoghi bellissimi e desolati. Ma lungo quelle strade che tiene così accuratamente sgombre, non si spostano solo abitanti, turisti e normali merci, viaggiano anche criminali feroci che trasportano sostanze illegali. In questi movimenti per un tragico errore resta coinvolto il figlio di Nels, che viene ammazzato. Nessuna ragione per vivere resta più all’uomo, il matrimonio si frantuma, lui sprofonda in un isolamento ancor più profondo. La polizia non è interessata a indagare, all’uomo distrutto, che non ha più niente da perdere, non resta che risalire la catena dei colpevoli, dai pesci più piccoli ai più grossi, che sono due bande che si contendono il territorio. Una fa capo alla vicina Denver, guidata da un giovane boss locale, un verboso e vanesio megalomane di ridicola supponenza, ma non per questo meno letale (uno strepitoso Tom Bateman, da tenere d’occhio), l’altra di indiani della vicina riserva, il cui capo è White Bull, un uomo che ha visto svanire poco alla volta ogni traccia della sua antica cultura, non per questo neppure lui meno letale. Nels è un uomo bene in forze, dato il suo mestiere, ma è anziano e i “cattivi” non lo prendono sul serio. Male gliene incoglierà. Laconico ed efficace più di un killer professionista, Nels arriva a provocare involontariamente una resa dei conti ferocissima fra i due gruppi, rischiando di restare stritolato nel mezzo. In un tutti contro tutti da classico western, può succedere che il nemico del mio nemico sia mio amico. Mentre procede la conta dei cadaveri, compaiono sullo schermo i nomi dei defunti sovrastati da classiche croci cattoliche o dalla stella di David a seconda dell’appartenenza religiosa del defunto. Autenticamente pulp, ricco di situazione risolte con freddissimo humor (delizioso il finalino quasi sui titoli di coda), di dialoghi spiritosamente surreali e di personaggi degni dei Fratelli Coen oltre che di Tarantino (senza dimenticarsi di Guy Ritchie o Takeshi Kitano), Un uomo tranquillo (vecchio titolo di una delle poche commedie di John Wayne, in originale è Cold Pursuit) è diretto nuovamente dal norvegese Hans Petter Moland, dopo A Somewat Gentle Man. Moland ha ripreso il suo film del 2014 In ordine di sparizione (in originale Kraftidioten), di cui il protagonista era Stellan Skarsgård, in un rifacimento puntualissimo, perché nel suo piccolo si trattava di un film perfetto che non aveva bisogno di migliorie. Qui troviamo un ottimo Liam Neeson, in un ruolo che ormai sembra ritagliato su di lui, sui personaggi di vendicatori che ha interpretato negli ultimi anni. Come già dicevamo per l’originale e confermiamo per questo preciso remake, si tratta di un’originale e apprezzabile commedia nera, che è gangster story e revenge movie, arricchita da una galleria di personaggi riuscitissimi (Frank Baldwin adatta la sceneggiatura originale di Kim Fupz Aakeson e la “geolocalizza” in modo brillante). Troviamo “gorilla” gay, poliziotti maschi mammolette e poliziotti donne determinatissime, killer traditori, bidelli delatori, anziani ex gangster eroici, indiani decaduti e un’ex moglie davvero esasperante, all’interno di una cornice naturale impressionante. In ordine di sparizione era stato un ottimo esempio di come si possa fare un buon film con pochi soldi, bravi attori e con una storia non nuova ma riadattata in maniera originale. Ma anche averlo rigirato con un attore più carismatico, aggiornando alla situazione di certe zone degli USA (pare che davvero nella legislazione delle riserve indiane ci siano spunti narrativi assai interessanti), non fa che confermare il giudizio positivo. Si aggiunge anche un’ottima selezione di canzoni folk/rock, che si intreccia alla colonna sonora di George Fenton, e la narrazione si chiude con Coyote Song, di Robbie Robertson, sangue misto di indiano Mohawk, ex leader della Band di Dylan, passato poi a una carriera di solista, che si risente sempre volentieri. Resta valida anche la considerazione che in qualunque condizione climatica lo spaccio di droga è un business vincente, perché evidentemente senza sballo non si sopravvive.

Originale

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