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Un anno con Salinger

Crescere nutrendosi dei propri miti

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Un anno con Salinger racconta una storia autobiografica. Siamo nel 1995, la giovane Joanna Rakoff approda a New York, ragazza di belle speranze, aspirante scrittrice (anzi proprio poetessa), pronta a vivere la classica boheme da creativa in carriera, in attesa di realizzare i propri sogni. Dopo molto cercare, trova lavoro nell’ufficio di un agente letterario dalla clientela assai prestigiosa, diretto con pugno di ferro dall’altezzosa Margaret (sui muri foto di Christie, Scott Fitzgerald e altri miti della letteratura), ma soprattutto agente del mitico J. D. Salinger. L’agenzia, oltre a curare i rapporti dello scrittore con eventuali nuovi editori, è un vero e proprio bastione eretto a sua protezione nei confronti di un mondo con il quale come è noto lo scrittore non voleva assolutamente avere a che fare (come ci è stato raccontato nel film Rebel in the Rye del 2017, in cui lo scrittore era interpretato da Nicholas Hoult). Nell’antiquato ufficio in cui deve lavorare, di solida eleganza senza tempo, è del tutto assente un aborrito aggeggio della modernità, quel computer che cambierà il mondo e che Margaret tassativamente non vuole vedere. All’ufficio arrivano giornalmente numerose lettere di appassionati lettori del suo Il giovane Holden, quel libro che in inglese ha un titolo del tutto diverso, Catcher in the Rye. Assunta come tuttofare, Joanna come primo incarico deve leggere tutte queste missive e rispondere con dei moduli prestampati, a seconda del tono della lettera. Ma alcuni degli scritti sono talmente toccanti da indurla a rispondere di persona. Attività che non sarà apprezzata, quando scoperta, ma che porterà la ragazza ancora più avanti nella sua presa di coscienza. Perché nel frattempo si è avvoltolata in un giro vizioso assai scontato, un bel ragazzo che sembra amarla, un minuscolo e gelido appartamentino da dividere, un lavoro pagato poco ma che permette la sopravvivenza. Addirittura dopo un po’ di tempo perfino un successo professionale che apre a prospettive assai incoraggianti. Ma tutte le aspirazioni artistiche, i sogni, se vogliamo, dove sono finiti? Il film, che è tratto dal romanzo autobiografico scritto dalla stessa protagonista, è diretto dal canadese Philippe Falardeau, di cui ricordiamo il toccante Monsieur Lazhar. Margaret Qualley, che ormai non si può proprio definire “figlia di Andie MacDowell”, replica in qualche modo il suo ruolo nella serie Maid, una ragazza con delle potenzialità che deve pagare un prezzo per raggiungere le sue mete, sottraendosi alla prevaricazione di un compagno tossico. Sigourney Weaver sembra se stessa, alta e altera, glaciale, di uno chic costruito in anni di frequentazione di un ambiente di esclusivo snobismo. Colm Feore compare brevemente ma in un ruolo che si fa notare per la sua delicatezza. Douglas Booth è un aspirante scrittore assai autoriferito, un fidanzato che in fondo vuole il solito “angelo del focolare” come compagna. Tim Post è un Salinger che si vede solo da lontano o di spalle. Un anno con Salinger è un affresco ben dipinto di un ambiente, agenti letterari, case editrici, redazioni, scrittori, che abbiamo visto in tanti film eppure sempre piacevole, soprattutto per chi sia o sia stato interessato ai meccanismi di quello che sembra un mondo avviato a un viale del tramonto, molto elitario e un po’ supponente, meeting in eleganti hotel, colazioni di lavoro innaffiate di Martini. Altri film ricordiamo, che ci hanno condotto in quel giro, Love Nina, Copia Originale, Genius, Best Sellers. Ma è soprattutto una storia di formazione, in cui una ragazza (ma vale per chiunque) deve scegliere quali compromessi accettare per decidere di vivere seguendo non solo i propri sogni, ma proprio quello che per lei rappresenta un’esigenza vitale. Un anno con Salinger è un film delicato, che trasmette una nostalgia incrollabile verso quella cosa che si sta estinguendo, la parola scritta, lettere, riviste, libri, la carta stampata in generale, fogli incisi con una penna, una macchina da scrivere o perfino dall’aborrito computer, che nel film campeggia con un cartello attaccato “Non sostare”. E’ un mondo che a girarsi a guardarlo indietro da oggi, anche se di poco (il film in fondo è ambientato negli anni ’90) provoca un’irrazionale malinconia. Spesso il passato sembra più bello, ci vogliono tanti anni per capire se lo era davvero. Certe volte è troppo tardi.

originale

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