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Un amore senza tempo: Un cast di donne eccezionali per questo racconto al termine del giorno

di

Una madre sul letto, due figlie che tentano di decifrare i suoi deliri circa un misterioso "Harris" del passato e un'infermiera notturna che segue il viaggio della donna nella memoria e nei fantasmi amorosi della giovinezza.
Tramonto. Sul calare della sera (l’evening del titolo originale) una barca a vela oscilla fra le acque della vita, cullando Claire Danes distesa sui suoi sogni, mentre il vento scuote l’abito nero di chi, in piedi su una rupe, ricorda il bel tempo che fu. Basta la prima, poetica, memorabile immagine a dare il senso dell’opera seconda di Lajos Koltai, regista innamorato della letteratura (il precedente Fateless era tratto dal romanzo del premio Nobel Kertèsz), intento a raccontare emozioni, sentimenti e relazioni, fusi e confusi in una memoria costretta a ripercorrersi fin nell’ultimo tratto di vita.

Un gineceo di dame per cast, guidate da una Vanessa Redgrave senza età, qui madre morente e mente immortale, maschera di delirio e nostalgie di donna. Contrasto cromatico con il candore delle illusioni di giovinezza, rappresentate da una Danes di bianco vestita, di nuovo alle prese con una stella dopo il luccichio commerciale di Stardust. Indimenticabili, anche se struggenti e lacrimevoli (in perfetta linea con il film, mélo d’autore disperato) i testa a testa fra la protagonista e una Meryl Streep leggiadra come il ricordo da una parte, dall’altra una grintosa Toni Colette alla sua ennesima, valida prova d’attrice.
Qui veste i panni di una figlia-detective “sempre alla deriva”, che cambia uomini e lavoro di continuo da brava “tenace fautrice del disimpegno”. Sarà però lei a racchiudere il significato dell’intera opera: ricostruire il passato per poter comprendere il presente e sperare nel futuro, là dove la sera della vita sconfina inaspettatamente nella luce di un nuovo vagito.

A polverizzare i dubbi relativi a una sceneggiatura partorita sì da una signora firma (quel Cunnigham che vinse il Pulitzer dieci anni fa per The Hours), ma a tratti tentata da stereotipi (l’amore impossibile del ménage a trois, i sogni rosei di giovinezza vs. il disincanto triste della maturità…), oltre che un cast notevole (su tutti, il pianto straziante di Glenn Close resta dentro) anche una cura meticolosa della fotografia, che Koltai, dal suo alto di esperienza, cede all’ungherese Gyula Pados.

(da www.cinema.it)

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