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Un altro mondo

La libertà ha un costo, non un prezzo

di

Un altro mondo è il terzo film che il regista Stèphane Brizé ha dedicato al mondo del lavoro dei nostri giorni, dopo La legge del mercato e In guerra, tutti e tre interpretati da Vincent Lindon, diventato negli anni uno dei migliori attori europei. Il soggetto non potrebbe essere più banale, nella sua ricorrenza nei notiziari. Una grande multinazionale nel campo dell’hardware (potrebbero essere auto o elettrodomestici) con stabilimenti sparsi fra Europa e USA, impone nuovi tagli di personale agli stabilimenti europei (lo chiamano “ridurre il grasso”). Philippe dirige da anni una delle sedi francesi, ha già tagliato fin troppo personale in occasione di una precedente stangata, sembra impossibile riuscire a ridurre ancora una manodopera che lavoro sotto pressione, mettendo così a rischio anche la sicurezza. Spera che la proprietà approvi un suo piano alternativo (non sarà così), che i colleghi di altri stabilimenti lo sostengano e siano solidali (non sarà così), che i dipendenti comprendano la situazione e individuino contro chi davvero schierarsi (non sarà così). Philippe mette a rischio anche la sua famiglia, arrivando vicino a un divorzio motivato dallo stress che si sta portando dietro da troppo tempo. Ma lui è un dirigente, allevato, addestrato a portare a termine certi incarichi, conseguire certi risultati, a ubbidire perché quello è il suo ruolo. Con estrema dignità, senza derive melodrammatiche, senza pietismi la sua vicenda si consuma con tutta la civiltà di quello che è solo un “uomo normale”. E non potrebbe essere diversamente, per un personaggio affidato a Vincent Lindon, ormai attore-feticcio di Brizé, grandissimo interprete che riesce a comunicare disagio, disperazione, impotenza con un semplice sguardo. Un altro mondo in questo momento storico sembra davvero lontanissimo.

Consigliatissimo, anche se disperante

8