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Tutto il mio folle amore

Il vero amore è per i folli

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Quanto è enorme l’amore di genitore per il proprio figlio? E’ un amore talmente forte, istintivo, animalesco, anche irrazionale, da essere folle. Ma nel film diretto da Gabriele Salvatore, la follia pervade l’oggetto di quell’amore, Vincent, che è figlio di Elena (Golino), che lo ha allevato da sola, dopo l’abbandono frettoloso di Willi (Santamaria), un cantante da balera, terrorizzato dagli impegni a vita. Vincent è stato cresciuto con grande amore da Mario (Abatantuono), un eccentrico intellettuale che lo ha adottato quando ha sposato Elena. Un giorno però Willi torna e scatena una catena di eventi imprevisti. Tutti i personaggi saranno costretti a rivedere le proprie scelte di vita, sovrastati dalla potenza ingovernabile di Vincent, afflitto da una non meglio precisata forma di autismo, che lo rende incontrollabile, una bomba di energia che non accetta limiti. Da Trieste, dove il ragazzo abita con la Famiglia, sarà una fuga giù per la Slovenia e la Croazia (ripresa nel sassoso e lunare aspetto dell’isola di Pag), al seguito del ritrovato padre soprannominato “il Modugno dei Balcani”, impegnato in una piccola turné di feste popolari. Chiaramente, prevedibilmente tutti impareranno a conoscersi meglio, fra loro e dentro loro stessi, viaggiando oltre che materialmente e anche in ovvia metafora, verso una vaga e lontana meta. Il film è tratto dal romanzo Se ti abbraccio non avere paura di Fulvio Ervas ed è una storia con personaggi così particolari, così estrema nella patologia del ragazzo (che ricorda la serie tv There She Goes con David Tennant) da riuscire difficilmente a far scattare la molla dell’empatia. Il personaggio più accettabile è quello affidato ad Abatantuono, il cui amore per la sua difficile sposa e per il suo difficilissimo non-figlio è davvero quello più grande di tutti. Convenzionalmente infingardo è Willi, il padre in fuga che di colpo 16 anni dopo decide di tornare e poi non riesce più ad andare via e ostica è anche la madre Elena, condivisibile solo nella sua stanchezza e nel ricorrente pensiero di fuga da tante difficoltà. Al di là della descrizione della difficilissima gestione di un caso clinico, la vicenda narrata fatica a farsi discorso più generale e pertanto più coinvolgente. Anche un accumulo di situazioni, di episodi dal picaresco al tragico in cui incorre la strana coppia (obbligatoriamente negli on the road devono succedere cose significative che provochino i cambiamenti), mentre si spostano/fuggono a cavallo, in automobile, su un furgone o in motocicletta, non convince del tutto. Il film però si riscatta in un bel finale aperto. Stupefacente il giovane Giulio Pranno così bravo da far pensare che sia realmente disabile (così non è per sua fortuna). Claudio Santamaria fa bene il tenero mascalzone. Canta pure benissimo e rifà Modugno in modo impressionante. Abatantuono è sempre se stesso ma ben governato e piace tanto. Valeria Golino ha un ruolo più limitante, in cui deve passare dall’esasperato al più esasperato. Leccatissima selezione di canzoni d’accompagnamento (le musiche originali sono di Mauro Pagani), fra cui la spesso ripetuta Vincent, splendido brano del 1973 di Don McLean, che era colonna sonora dello sceneggiato tv (così allora si chiamavano da noi le serie) Lungo il fiume e sull’acqua. Tutto il mio folle amore non è un film su una malattia (non è Rainman per intenderci), tratto per di più dalla vicenda umana di un vero padre e un vero figlio, le cui foto si vedranno sui titoli di coda (si chiamano Franco e Andrea Antonello e il loro viaggio di riavvicinamento era stato negli USA). È un film sui rapporti umani in generale, sulle cose che ci diciamo e quelle che teniamo dentro di noi, finché proprio non esplodono. Nel giovane Vincent questo filtro non esiste e tutto è sempre pronto a deflagrare. Sarebbe questo un bene, per tutti? Tutto il mio folle amore conferma l’ecletticità di Gabriele Salvatores, la sua indubbia capacità come regista, il suo interesse, dichiarato, per i rapporti padre/figlio, ma è un film non completamente riuscito, che non spiace del tutto eppure non riesce veramente a piacere, pur avendo tanti elementi a suo favore.

Una storia borderline

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