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Tutta un’altra vita

Tutti stanno scappando

di

Siamo tutti scontenti delle nostre vite, tutti sogniamo di cambiarle, in quanti abbiamo il coraggio di farlo davvero? Gianni, tassista che in fondo non se la passa neanche male, mugugna sempre fra sé e sé, compra biglietti della lotteria, si lamenta di tutto, è stanco della sua un tempo amata consorte, sempre impegnata a far quadrare i conti e a richiamarlo ai doveri famigliari. Non è neanche particolarmente interessato ai suoi due figlioletti, che invece a lui sono molto affezionati. Di fare qualcosa di risolutivo non si parla, è sufficiente rotolarsi nello scontento. Finché un bel giorno gli restano nel taxi le chiavi di casa di una ricca e antipatica coppia che ha scarrozzato all’aeroporto, in partenza per una settimana di vacanza alle Maldive. Gianni, dopo qualche esitazione risolta velocemente, entra nella stupenda villa con piscina e se la tiene per qualche giorno in comodato d’uso. Il problema è che mentre fa il riccone (improbabile la facilità con cui viene accettato in certi party) incontra la bellissima e pure simpatica Lola, che lui scambia per principessa in cerca del suo principe, mentre è una escort in attesa del suo facoltoso cliente. Ma, sempre misteriosamente, fra i due nasce un sentimento. Mentre i giorni passano, Gianni deve tenere tutto insieme, la sua vita normale e questa sua nuova da riccone, la bella innamorata e la moglie molesta. E poi il countdown sta scorrendo e si avvicina il giorno in cui la coppia rientrerà dalla vacanza e la casa dovrà essere “restituita”. La storia raccontata in Tutta un’altra vita, che ricorda quella di Modalità aereo, il recente film di Brizzi, è purtroppo convenzionale e ogni sviluppo è prevedibile, sfruttando ogni più facile occasione per cercare di creare situazioni che facciano ridere. E talvolta ci riesce, potendo contare sulla simpatia (per chi lo apprezza) del protagonista, che è Enrico Brignano, attore con le sue esitazioni capaci di regalare un poco di umanità anche al carattere scritto nel modo più banale, che qui riesce a rendere assai bene un personaggio bonario e bonaccione ma con le sue venature negative, perché in fondo arido ed egoista, uno dei tanti diseducati dal sistema attuale. Le due donne sono Paola Minaccioni (la moglie obbligatoriamente molesta) e Ilaria Spada, la bella ragazza anche lei in cerca di scorciatoie. Compare brevemente Giorgio Colangeli nel ruolo del padre di Lola. Dirige Alessandro Pondi, più noto come sceneggiatore, qui al secondo lungometraggio dopo Chi m’ha visto, e gli diamo atto di aver evitato toni eccessivamente grotteschi. La felicità insomma è avere una villa con piscina, un guardaroba firmato, un conto in banca illimitato, una bella donna come compagna che si diverte con te, party, champagne e Lamborghini. Grazie, c’eravamo arrivati anche noi. Oltretutto la storia, scritta dallo stesso regista con tre collaboratori, si conclude in un modo che lascia lo spettatore davvero perplesso, non che da un film così ci si aspetti chissà che messaggio esistenziale, ma almeno un minimo di logica, di coerenza sarebbe richiesta. O forse l’intenzione era proprio questa, di mostrare che nella vita non ci sono chiuse precise e quindi è lecito andare avanti così a casaccio, cogliendo quello che c’è da cogliere anche per pochi attimi e poi chissà, si vedrà. Ma, sottolineiamo, ci si deve sforzare per trovare un senso nel finale, davvero improbabile sotto ogni aspetto (“ma che davero” i riccastri si dimenticano in continuazione nei taxi le chiavi delle loro sontuose magioni?). Certo, siamo d’accordo, i soldi non fanno la felicità, però aiutano molto. Ma anche oggi, quando siamo stati educati a esibire sempre una facciata da vincenti e guai a non essere all’altezza, ci si aspetterebbe una morale meno facile. Ci vuole più coraggio ad affrontare la mediocrità, senza fingere, senza recitare ruoli che non ci appartengono, riuscendo lo stesso a essere felici. E non vogliamo fare i moralisti.

Banale

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