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TuttAPPosto

La rassegnazione ci ucciderà

di

Nella solenne università dell’immaginaria Borbona Sicula (nome che evoca storiche dominazioni e altrettanto storiche mentalità), vige la regola del clientelarismo più sfrenato. Tutto il corpo docente è composto da appartenenti alla famiglia Mancuso, mentre il Rettore (Zingaretti) è un Lipari, beneficiato perché mantiene l’ordine costituito consentendo ai professori ogni più illecito comportamento: assenteismo, corruzione, molestie, scambi di favori di ogni genere, in un continuo rimpallo per cui se tu lo fai per me io lo farò per te. Di questo ordine costituito fa parte anche Roberto, figlio del rettore e studente super-favorito. Si lamenta certo, però abbozza perché in fondo fa così comodo. Ma la cotta per una bella studentessa russa, che detesta i “raccomandati” lo costringe a cercare di uscire dal suo imbarazzante guscio. Ispirato da un amico, che vive nell’ossessione dei “pallini” di Tripadvisor riguardo i suoi arancini, inventa un’app che applica lo stesso principio ai professori, che così trovano denunciati sul web i rispettivi difetti. E da denunciare ce ne sono tantissimi, fra docenti lumaconi che promuovono le allieve più scollate, altri assenteisti, altri più classicamente corrotti. L’app rimbalza sui social, su stampa e tv e diventa un fenomeno nazionale, tanto che perfino la Ministra (Guerritore) è costretta a mettersi in movimento. Ma come recita il detto popolare, anche qui fatta la legge, trovato l’inganno. Quindi è vero che non c’è speranza, che niente mai cambia, che ipocrisia, imbroglio falsità trionferanno sempre? Il film è interpretato oltre che scritto da Roberto Lipari (insieme a Ignazio Rosato e Paolo Pintacuda), con una sua comicità molto cool, alla Ficarra, tanto per dare un’indicazione. Lo affiancano Luca Zingaretti e altre note facce della nostra commedia, che nobilitano il prodotto. Il personaggio affidato a Francesco Russo, l’umile e bistrattato assistente che per i Professoroni piega la schiena a ogni più dequalificante incarico, ci ha ricordato il protagonista del film Il tuttofare, dove in effetti i cattivi trionfavano sfacciatamente. TuttAPPosto è un film che non si pone come faro della satira contemporanea, come implacabile fustigatore di costumi, si limita a raccontare con garbo (e riuscendo anche a fare ridere qua e là) una delle tante italiche storture, di storica clientela, di insopprimibile corruzione, di connivenza istintiva, di quel “comodo” insomma, per cui uscire da un sistema così ben oliato è difficile, per chi ci si trovi invischiato. E in cui alla fine tanti sarebbero contanti di entrare, perché almeno dà quella miserabile sicurezza che ormai una vita onesta è ben lungi dall’assicurare. Ritrovarsi a vivere così è come essere finiti in una palude di sabbie mobili, in cui si inciampa magari per caso e dopo è così difficile uscirne. E anche lottare, a che scopo, tanto (si pensa) vincono sempre “loro” e non cambia mai niente. Alibi comodo ma non tutti sono martiri o eroi. É ancorato nella mentalità umana il famoso “a frà, che te serve” dei tempi andreottiani. Blanda la polemica sui social, che danno l’illusoria sensazione di essere in tanti, tutti solidali e in lotta, ma ciascuno poi si ritrova da solo col suo cellulare in mano e in piazza (quella bistratta, antiquata piazza) alla fine non c’è nessuno e il Potere se ne vanta e ne trae forza. Il film ci lascia con una battuta amara ma vera, sui tanti giovani che oggi non vogliono né vincere né perdere, basta pareggiare, perché così comunque non hanno perso.

piacevole

6