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Tre piani

Le azioni hanno conseguenze

di

In una via di Roma (ma potrebbe essere qualunque città) c’è un elegante edificio d’epoca, in cui abitano alcuni nuclei famigliari, tutti afflitti da diverse infelicità, collegati da una comune facciata di sereno benessere. Moretti e Buy sono gli scontenti genitori di un ragazzo irresponsabile. Rohrwacher è una giovane madre lasciata sempre sola da un marito (Giannini) che lavora lontano. Scamarcio e Lietti sono genitori di una piccina che, per necessità lavorative, ogni tanto lasciano in custodia a un’anziana coppia di dirimpettai (Bonaiuto e Graziosi). Dietro le controllate buone maniere esteriori, disagio e infelicità serpeggiano fra tutti e un evento ne scatenerà una serie di altri, che faranno crollare a catena l’intera facciata dietro cui si muovevano le vite dei protagonisti. Tre piani è liberamente tratto dal romanzo di Eshkol Nevo, Nanni Moretti, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Federica Pontremoli e Valia Santella, dirige e interpreta. Film molto atteso, terminato a ridosso del lockdown e tenuto lontano dalle sale fino ad oggi, sostanzialmente delude, perché non riesce mai a coinvolgere nel procedere della narrazione (che avanza in blocchi di cinque anni alla volta), monocorde e cupo, mentre mette in scena i drammi di un gruppo di personaggi cui mai ci si appassiona. Sostanzialmente è una tragedia di gruppi di famiglia in un interno squisitamente borghese, scene da più matrimoni di sofferenza quasi bergmaniana. L’unico modo per sottrarsi sarà abbandonare quel nido avvelenato anche se sicuro (famiglia, condominio che sia) e uscire allo scoperto. Solo nel movimento c’è vita. Ma se la scena finale sfrutta un ballo collettivo come metafora di liberazione (ma attenzione che si tratta di un tango, che le regole le ha e rigidissime), ben diverso valore aveva quello finale di Mads Mikkelsen in Un altro giro. Dobbiamo anche lamentare la prestazione di Moretti come attore, che non potrebbe essere diverso quando fa se stesso o un suo alias, ma risulta artificioso nei panni di un personaggio terzo. Gli altri attori si impegnano a un livello degno del loro nome. Resta che il cinema italiano, sia nelle commedie più frivole, sia nei prodotti più drammatici, è sempre avvoltolato sul proprio ombelico e si rifiuta di guardare oltre. E per noi, in tempi come i nostri, è un difetto capitale. E ne faremmo anche un discorso di classe, perché se questi protagonisti non fossero tutti borghesi benestanti, avrebbero dovuto darsi una mossa ben prima. Altre classi sociali questi rovelli non possono permetterseli.

Glaciale, inutilmente

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