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Tomb Raider

Lara corre

di
Scordiamoci la protagonista della precedente trasposizione dei memorabili videogames, ideati da Toby Gard e pubblicati da Eidos Interactive, primo personaggio virtuale capace di attrarre anche un pubblico femminile, cancelliamo la faccia e le forme di Angelina Jolie, splendida ventiseienne ai tempi dei primi due film (1998 e 2003), che proponevano un’eroina adulta e autonoma, un impassibile ed enigmatico incrocio fra Bond e Indiana Jones. Insomma facciamo piazza pulita del precedente immaginario e guardiamo questa nuova versione della tostissima eroina. Questo film si rifà liberamente al gioco Tomb Raider del 2013, quasi reboot video ludico della saga, dopo l’acquisizione di Eidos da parte di Square Enix. Per non scontentare le legioni di agguerritissimi fan, il film usa infatti diversi elementi del gioco, rivestendo però Lara di un vissuto articolato, con una figura paterna da cui è emotivamente dipendente, tutto un filone familiar/affettivo che si ispira al personaggio scritto per la Jolie, e che cerca di attribuire al personaggio il necessario cinematografico spessore.
 
Per questa nuova Lara, più fragile e più umana della ricchissima e indipendente eroina che avevamo conosciuto, circondata dal benessere e accudita da fidati assistenti, è stata scelta la svedese Alicia Vikander, attrice promettente ma dotata di un aspetto fisico che sembrava inadatto. Certo si tratta di una giovane donna munita di una forte personalità, come la sua carriera e la sua vita privata sembrano indicare e qui se la cava onorevolmente, vero punto di forza del film. La regia è del non molto noto norvegese Roar Uthaug (che ha all’attivo un paio di film e qualche corto). Il film è reboot come si diceva ma anche prequel. Perché la sceneggiatura di Geneva Robertson-Dworet e Alastair Siddons introduce una Lara giovane, sola e solitaria, una ragazza in cerca del suo futuro, che per campare fa consegne in bicicletta saettando per le strade di Londra a tutta velocità. Nella sua precarietà sconta l’assenza dell’amato padre, scomparso sette anni prima mentre era impegnato nella ricerca della tomba di una strega malvagia in un’isola deserta al largo del Giappone. Se Lara accettasse l’idea che il padre è morto risolverebbe i propri problemi. Perché con la firma della dichiarazione di morte, erediterebbe tutto l’immenso patrimonio della multinazionale Croft. Ma il ritrovamento di un misterioso artefatto e di documenti segreti, la spinge a partire finalmente alla sua ricerca. Priva ancora della famosa treccia, Lara risolve enigmi, trova oggetti, decifra indizi, trae deduzioni. E intanto rischia in continuazione di finire ammazzata, ne prende tantissime, pestata come un materasso da uomini del tutto privi di cavalleria, e precipita, salta, rotola, corre, si aggrappa, nuota, si trafigge, tira con l’arco e usa in vari modi la piccozza, come nel videogame-reboot (ma sui titoli di coda impugnerà le due storiche pistole). Anche a Londra, dove frequentava una palestra di MMA, ne prendeva tante, ma sempre indomita si rialzava. Perché questa è la chiave di lettura del nuovo personaggio. Sarà un lungo, doloroso percorso che la porterà dove non avrebbe mai immaginato. E potrebbe non dispiacerle. Il padre Lord Richard è affidato a Dominic West (The Wire, The Affair), archeologo e avventuriero (a dimostrazione della forza dell’ereditarietà). La affiancano Daniel Wu (Into the Badlands), il capitano della nave che la condurrà sull’isola, e l’infido Walton Goggins, attore ancora poco noto al grande pubblico, ma ben conosciuto e apprezzato dagli appassionati di serie tv come i drammatici Justified e Sons of Anarchy o il brillante Vice Pricipals. Che qui si ritaglia un ruolo di cattivo discretamente sfaccettato. La sempre affascinante Kristin Scott Thomas è la tutrice, nonché abile donna d’affari. Il film è del tutto privo di battute o situazioni autoironiche, ma per precisa scelta, per prendersi sul serio, perché è tragico e durissimo il percorso di formazione della ragazza, mai così lontana dall’essere quell’Indiana Jones cui tanto spesso è stata accostata nelle antiche recensioni. E anche è stato abbandonato lo stile “alla James Bond” che aleggiava nei due film con Angelina. La parte conclusiva si avvicina piuttosto ai toni noir del recente remake della Mummia, con trappole da far impallidire qualunque faraone, mummie contagiose e zombie inferociti. E tutta la parte dal naufragio sull’isola in poi è di azione violenta, dalla realistica durezza e manca qualunque parentesi romantica. Niente amori per Alicia/Lara. Eppure così il tutto diventa più anonimo, senza un suo tono distintivo. Alla Lara Croft cinematografica è sempre mancato quello scatto in più, che ha reso amati dal pubblico altri personaggi similari, e così l’iperbolica esistenza della ragazza ha sempre appassionato tiepidamente. Non sembrerebbe che questo nuovo trattamento riesca a invertire la tendenza. Visto che è previsto almeno un sequel, vedremo come risponderà il botteghino questa volta. Diamo 6, per mancanza di coinvolgimento emotivo (sarà forse un limite personale), ma sarebbe un sei e mezzo.
 
 
 
 
 
 
 

She’s Only Human

6