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Tito e gli Alieni

E guardo il mondo da un oblò

di

Noi siamo soli. Da decenni scandagliamo lo spazio in cerca di qualcuno con cui dialogare, sperando di trovare di una forma di vita con noi compatibile. Forse è stata una fortuna non averla incontrata, a vedere quello che ci ha raccontato la fantascienza di un certo periodo, quella delle invasioni e dei rapimenti. O forse invece è stata una sfortuna per noi, che ci siamo persi il momento emozionante di un incontro del terzo tipo. Ma anche escludendo la dimensione cosmica, ci sentiamo soli da sempre anche qui, sul limitato pianeta Terra, e ancora più in piccolo, siamo soli dentro i nostri cuori, quando l’alieno più malvagio, la Morte, ci “rapisce” i nostri cari, portandoli in una dimensione lontana lontana, misteriosa, irraggiungibile alla stregua dei più remoti pianeti del sistema solare. Poi arriva un piccolo film come Tito e gli alieni, un film buffo, tenero e surreale, a raccontare la sua versione su questi vani richiami, su questi disattesi incontri. E lo fa dipanando quasi distrattamente i fili del racconto, che vengono tirati solo nel toccante finale, lasciando larghe maglie nella quali giace la storia, affollata di eccentrici individui, di drop out, di scienziati strambi, di wedding planner fuori zona, di militari intransigenti, di bambini ai quali sono state raccontate troppe pietose bugie e adulti che hanno continuato a raccontarsele per non affrontare l’amara verità: che davanti a certi misteri si resta soli. E dove si può trovare una simile congerie di umanità, che ha deciso che è meglio guardare verso l’infinito e beyond, se non nella mitica Area 51? Là infatti si è ritirato un Nutty Professor che molti anni addietro ha lasciato la natia Napoli, convincendo il Governo americano a concedergli un finanziamento per costruire nel deserto un macchinario capace di dialogare con remoti pianeti. E che lì è rimasto, nella speranza di dialogare con l’amata moglie, dopo la sua morte. Gli alieni per lui sono due nipotini, Tito e Anita, un ragazzino e un’adolescente, figli del fratello, che, morto anche lui, glieli spedisce senza possibilità di reso. Aliena è anche la giovane Stella, ragazza arenatasi nella minuscola comunità da chissà dove a organizzare matrimoni in costume fra appassionati di fantascienza. E alieni sono gli addestratissimi militari, che pragmaticamente stanno per staccare la spina al progetto inutile del professore, così come “diversi” sono altri abitanti della bizzarra umanità insediata in quel luogo lunare, non tanto dissimile dal pianeta che illumina i nostri sogni. E dove forse, chissà, da qualche parte ci sono anche loro, gli Alieni veri. Il bel film scritto e diretto da Paola Randi, al suo secondo lungometraggio, si avvale di un cast perfetto, chi meglio di Valerio Mastandrea per interpretare il suo lunare personaggio, ma sono da segnalare anche i due giovani protagonisti Luca Esposito e Chiara Stella Riccio, nel loro mix di italiano, inglese e napoletano. Fanno da cornice strambi macchinari, un divertente riciclo del kitsch della fantascienza innocente degli anni ’50, con effetti speciali artigianali e piccoli trucchi scopertamente ingenui. Ma il “messaggio”, quello che sta a cuore all’autrice, arriva a colpire il cuore dello spettatore più sensibile. Tutti sono “alieni” rispetto al mondo esterno, tutti lo siamo nei confronti dell’ignoto e, per non lasciarci sopraffare dalla disperazione, dovremmo trovare il coraggio di riabbassare gli occhi dalle fredde stelle lontane sulla vita che ancora qui ci circonda. Perché ci vuole più coraggio a restare che ad andarsene.

Originale, toccante

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