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The Predator

Tutti ci vogliono predare

di

Talvolta un’idea forte garantisce una vecchiaia sicura, andando a costituire una specie di vitalizio per l’autore. Capita in ogni settore dello scibile umano, figurarsi con i film. Nel 1987 Jim e John Thomas hanno avuto la geniale idea di inventarsi Predator, dopo Alien uno dei mostri più interessanti apparsi sugli schermi. Buon successo del primo film, e poi via con i sequel e con i videogames (e il conto in banca sale): Predator 2 nel ’90, poi AVP – Alien vs Predator del 2004 di Paul W. S. Anderson con il nostro Raoul Bova, e la contaminazione fra i due mostri, messi a contatto mortale, è proseguita in AVPR - Aliens vs Predator 2 del 2007 diretto dai Fratelli Strause. Arriva adesso sugli schermi l’ennesima variazione su tema, un reboot ma anche una specie di ulteriore sequel. Se però a un’indiscussa icona fanta/horror degli anni ’80 aggiungiamo l’articolo determinativo ma intanto gli togliamo originalità, cosa otteniamo? Ci saremmo aspettati un risultato più sostanzioso dal regista Shane Black (famoso sceneggiatore di Arma letale e di altri grandi successi, poi regista di alcune cose anche interessanti come Kiss Kiss Bang Bang e The Nice Guys), che firma anche la sceneggiatura insieme a Fred Dekker, già con lui in Scuola di mostri. Qui rimette in campo i mostruosi assassini (o cacciatori) che arrivano da qualche parte dello spazio. Pare che abbiano visitato la terra già in altre occasioni, perché questa predilezione? A cercare di capirci qualcosa, per salvare l’umanità, per salvare la propria pelle, sarà un gruppetto di umani variamente assortito, tutti variamente emarginati dal Sistema, come impongono le regole di questo genere di film. Abbiamo il protagonista Quinn (Boyd Holbrook, il biondo di Narcos), cecchino da one shot one kill, divenuto scomodo testimone di un affare che i militari vogliono tenere segreto; un’impavida biologa-evoluzionista (Olivia Munn, da Newsroom e X-Men Apocalisse), che capisce per prima dove i suddetti militari vogliano andare a parare e quindi andrebbe eliminata pure lei; il figlioletto di Quinn (Jacob Tremblay, Room, Wonder), intrepido piccino autistico e quindi automaticamente geniale, che si mette in mezzo; un gruppo di altri ex militari finiti in galera perché ne hanno combinate troppe sotto l’influsso di un devastante PTSD, tutti eccelsi casi clinici. Cast in larga parte composta da professionisti delle serie tv, come dicevamo, oltre ai già citati il “cattivo” umano è uno dei “buoni” di This Is Us, Sterling K. Brown, la moglie di Quinn è Yvonne Strahovski (consorte di ben altro spessore in The Handmaid’s Tale). Jake Busey sta lì a fare lo scienziato, come esplicito omaggio al padre, il grande Gary, che nel 1990 era uno dei protagonisti di Predator 2. Ma la trama è confusa e affrettata, abbondano i passaggi illogici (anche se ci muniamo diligentemente della necessaria sospensione dell’incredulità), qualcosa si perde per strada, nel frenetico mischione che potrebbe anche a tratti divertire. E il divertimento (e qui sta la dimostrazione del sostanziale fallimento dell’operazione) non sta nel mostro mostruoso, nella sua invincibilità, nella sua crudeltà, e nemmeno dipende dalle sue mire sulla Terra (figurarsi le mire dei militari cattivi, quelle sono scontate), no, lo spasso sta nel gruppo di umani che si forma casualmente, con personaggi davvero sopra le righe ma spassosi, affidati ad alcuni rodatissimi professionisti fra i quali si rivede con piacere Thomas Jane. Un altro aspetto risibile è la genialità dell’impavido piccino autistico, vera mente suprema capace di comprendere codici alieni al primo sguardo. Va bene che l’autismo nasconde pieghe inaspettate, ma al cinema e nelle serie tv tutti i ragazzini afflitti da questo problema hanno esagerate capacità, proprio tutti, ci pare eccessivo.

Più azione che horror

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