MovieSushi

The Old Man& the Gun

Il bandito e la madama

di

Provate a dire “Robert Redford” a un vecchio cinefilo. Sorriderà. Perché l’ottantaduenne Redford è attore amatissimo e molti nella sua lunga carriera sono i film entrati nella storia. Come molti artisti, anche lui ha avuto il suo periodo d’oro, assestandosi poi su una nobile routine, dilatando i tempi sempre di più fra un film è l’altro. E le ultime apparizioni sono state dignitose ma non all’altezza del passato, preso come era anche da altre cure (regie, produzioni, il Sundance). Del resto è difficile trovare bei personaggi scritti per attori molto anziani. A fare giustizia anche dell’ultimo deludente Le nostre anime di notte, arriva adesso questo The Old Man & the Gun, ispirato alle gesta di un personaggio così americano che di più non si può, un rapinatore seriale, un seriale evasore dalle carceri: un ribelle. Perché il film è tratto da una storia vera, raccontata in un articolo sul New York Times da David Grann, e a raccontarla, ad aggiungere quel qualcosa di più che ce lo farà ricordare, si è messo David Lowery, che a 38 anni con una manciata di film ha dimostrato già tutto. La storia è quella di Forrest Tucker, un uomo che adesso è vecchio ma è stato giovane, e gli è sempre piaciuto rapinare banche, come dirà di lui il giovane poliziotto (Casey Affeck, alla sua terza collaborazione con il regista), che si appassiona a questo personaggio e oscuramente sente di invidiarlo, perché lui, mentre faceva le sue educate rapine sorrideva e (addirittura!) sembrava felice. Il film racconta anche, sempre sommessamente, la delicata storia d’amore (giustamente platonico) che si instaura fra Forrest e Jewel, la deliziosa Sissy Spacek (come Redford attrice-simbolo, amata dai cinefili). Come donne apprezziamo che Lowery l’abbia scelta come interprete perché bene invecchiata e al naturale, senza gli innaturali ritocchi cui si sottopongono la maggior parte delle attrici, rendendosi poi improbabili come compagne di rugosissimi partner anziani (come era stato per Jane Fonda proprio in Le nostre anime di notte). E rugosissimo e però sempre con quel sorriso ineffabile, dietro cui c’è una vita intera, e incrollabilmente ribelle è Tucker, che evade dalle prigioni dal 1936, e poi rapine a ripetizione senza mai atti cruenti. E proprio non riesce a smettere. Spira nel film un’aria anni ’70, nel tema narrato, mai crepuscolare perché sempre stemperato di ironia, anche la fotografia in 16 mm che con la sua grana contribuisce a far ricordare tanti film di quegli anni, sensazione accentuata dall’uso di alcune immagini con Redford stesso da giovane. Anni di ribellione e fughe e inseguimenti e sberleffi al potere, anche di sconfitte. Ma spesso con un sorriso. E non bastasse, c’è anche un ranch e ci sono cavalli e per lo spettatore cinefilo il cerchio si chiude. Forrest Tucker è un eroe d’altri tempi, che avrebbe dovuto cavalcare verso il tramonto, verso il prossimo paesino da alleggerire, oppure sgasare su una di quelle strade che si perdono all’orizzonte, e invece deve vedersela con l’America reaganiana del 1981. Tutto è raccontato come fosse la cover di una canzone strafamosa e amata, ma in una tonalità inferiore, e sempre sottovoce, che in un’epoca di chiasso estremo è scelta insolita e si impone all’attenzione. Nel suo essere estremo Tucker resta sempre con discrezione lontano dalle ribalte e la sua pistola, quella del titolo, nessun rapinato davvero la vede e lui mai la userà. The Old Man & The Gun non è un film drammatico, non ci sono sparatorie e i pochi inseguimenti sono old style anche loro. E non è casuale l’accostamento a Warren Oates, che compare in pochi fotogrammi (di Two-Lane Blacktop di Monte Hellman e anche questo dice molto), un altro dei grandi perdenti del cinema americano (e di sfuggita compare anche Keith Carradine, altro gran protagonista di quel momento di cinema). Robert Redford giganteggia nella sua soave leggerezza, non è più il bandito dalla giovanile arroganza, lo sbruffone sicuro di sé, l’eroe romantico, il cavaliere elettrico, l’aviatore spericolato. È Robert Redford e basta, e sorride. E lo spettatore sorride a lui.

Metacinematografico, in senso redfordiano

8