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The Kill Team

La guerra è sempre sporca

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Quante guerre ci ha raccontato il cinema americano, da quella gloriosa contro i Nazisti alle tante successive, nessuna delle quali ha procurato altrettanta riconoscenza, solidarietà e stima nei popoli alleati. Se già sul Vietnam ne abbiamo viste di ogni, è poi arrivato il conflitto in Afghanistan e poi in Iraq, nato da una comprensibile esigenza di vendetta, dopo l’11 settembre (sempre se si seguono le verità ufficiali). In buona fede, convinti almeno nei primi anni, di compiere un gesto davvero patriottico, in molti sono partiti volontari. E non parliamo di quelli arruolati per disperazione, perché anche andare a farsi ammazzare era meglio che restare a campare di disoccupazione. Sono partiti anche tanti fanatici, pronti a vendicarsi dei malvagi islamici, facendo di tutte le erbe un fascio. Tutta gente che si è trovata catapultata in poche ore dalla Nazione più civilizzata della Terra a una sorta di Medioevo, di cui non capiva nulla, linguaggio, religione, usi. Moltissimi film ci hanno raccontato quella difficile convivenza, l’ipocrisia delle motivazioni dell’occupazione, l’estraneità totale con la popolazione locale, le tante morti crudeli (e inutili) e le mutilazioni, che aumentavano l’animosità dei combattenti verso una popolazione miserabile, che veniva massacrata equamente da soldati americani e locali integralisti islamici. Il film The Kill Team racconta una storia vera, avvenuta a Kandahar nel 2009. La giovane recluta Adam, figlio di marine addetto però a mansioni burocratiche, parte per l’Afghanistan, ragazzo posato, riflessivo, aperto, tutto il contrario di molti sui colleghi, ragazzotti gasati e ignoranti. Ma per fare la guerra questi sono i soggetti migliori. Perché cosa si fa quando si va in guerra? Si uccide generalmente e se uno sta a pensarci troppo uccide meno, uccide male. Nel reggimento arriva un nuovo sergente, Deeks, duro ma comprensivo, che instaura un rapporto che sembra ideale, con Adam, con la truppa. In realtà l’amabile Deeks lavora su ciascuno di loro per sondarli, per influenzarli, per dividerli e poi accorparli. Per farne cioè la sua personale banda di assassini. Perché il Sergente è uno di quelli per cui l’unico Mujiaddin buono è un Mujiaddin morto, per lui tutti i civili sono colpevoli, tutti sono collaborazionisti, tutti sono odiati alla stessa stregua, e non deve faticare per aizzare i più fanatici dei suoi “ragazzi” per indurli a una crudeltà che è già nelle loro corde. Del resto ogni tanto muore qualche soldato americano o salta per aria su qualche perfida mina, ancora di fabbricazione sovietica, perdendo pezzi del suo corpo e il soldato medio non capisce il perché di tanta cattiveria e si adombra, sfogandosi sul primo indigeno che incontra. Quando Adam intuisce bene il disegno, è già troppo dentro la malata organizzazione e, se denunciasse quello che sta accadendo, rischierebbe materialmente la vita, visto come uno spione e quindi da castigare duramente. Il film come dicevamo racconta una storia vera e arriva un po’ fuori tempo massimo, perché di storie simili (vere o ispirate a storie vere) su grande schermo ne abbiamo viste fin troppe, da Redacted in poi. Eppure nella sua sobrietà narrativa The Kill Team si lascia vedere, interpretato con convinzione dal giovane Nat Wolff (In Dubious Battle, 40 sono i nuovi 20, Room 104, sarà in L’ombra dello scorpione). Il glaciale Sergente è affidato a un ottimo Alexander Skarsgård, che in quell’ambientazione aveva già girato la serie Generation Kill nel 2008. Dirige il documentarista Dan Krauss, che riprende un suo documentario del 2014, ampliandolo e aggiungendo qualche elemento di fiction, ma mantenendo il suo distacco nel raccontare una tragedia vera con freddezza senza indulgere in retorica, facendo di Deeks un “cattivo” particolare, mai smaccato, mai scontato. E il finale ben manifesta tutto quel disagio mentale che poi farà di Adam un disadattato sociale, uno lesionato a vita, con costi terribile per lui, le persone intorno e la stessa società. Tutto questo perché? Per la libertà? Per Vendetta? Per il petrolio? Il protagonista alla fine capirà, sceglierà. Noi? The Kill Team mostra con efficacia l’incredibile, semplicistica, unilaterale visone di tutta la situazione, tipica di molti e non solo soldati e non solo americani, lo stupore nel non vedersi compresi, accettati, il fastidio nei confronti da chi incredibilmente non parla la lingua inglese, veste abiti strani, ha usanze incomprensibili, segue una religione diversa. Mai interrogandosi su come reagirebbe lui, quello “civilizzato”, in una situazione speculare.

Documentaristico, efficace

7