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The Happy Prince

Un cuore di piombo

di
Trae origine dal bellissimo racconto scritto da Oscar Wilde nel 1888, una delle sue opere più struggenti e misconosciute, il titolo del nuovo film di e con Rupert Everett, uno che Wilde lo ha portato molte altre volte sul palcoscenico (The Judas Kiss di David Hare) e sul grande schermo (Un marito ideale, L’importanza di chiamarsi Ernesto). Wilde è stato un personaggio come usa dire oggi “larger than life”, autore di capolavori senza tempo, noto anche per tutta la serie di strepitosi aforismi che conosce anche chi sia digiuno di letteratura inglese. Vera star della Londra della seconda metà dell’800, ha pagato a caro prezzo la sua incosciente ostinazione, che si nascondeva sotto un’apparente frivola morbidezza, che lo aveva portato a sfidare l’establishment, sottovalutando la potenza dell’ipocrita alta borghesia che affollava le platee dei teatri dove erano messe in scena le sue commedie. Aveva però scatenato nei benpensanti un’avversione violentissima, incapaci di comprendere le sue provocazioni, di accettare l’esibizione di quanto moltissimi facevano di nascosto, diventando un perfetto capro espiatorio. Perché di quella società “perbene” non faceva parte, accettato solo per i suoi successi letterari e mondani. Ma tutti erano pronti ad avventarsi su di lui, alla prima occasione. E così era stato. Qui lo incontriamo già in decadenza, uscito dal carcere dove la sua relazione con l’amatissimo (immeritatamente) Bosie Douglas, figlio del potente Marchese di Queensberry, gli ha fatto scontare due anni di lavori forzati. Esiliato a Parigi, solo, in miseria e malato, Wilde è aiutato da due fedeli amici (il giornalista Reggie Turner, Colin Firth, e il critico Robbie Ross, Edwin Thomas). Ma non resiste al ritorno di Bosie e si concede una vacanza a Napoli che in nessun senso si potrebbe permettere. Quando è costretto a rientrare a Parigi, inizia una decadenza così travolgente da sembrare accuratamente ricercata, un cupio dissolvi autolesionista che lo trasforma in un relitto umano, un calvario auto inflitto che, insieme alla sua ammirazione per la figura di Cristo, forse nasconde oscuri bisogni di martirio e redenzione. Everett scrive e dirige oltre che essere interprete, truccato per sembrare vecchio e laido, una storia che evidentemente gli sta a cuore, un progetto lungamente cullato. E non solo perché Wilde può essere stato un suo nume tutelare, ma come accusa ancora attuale nei confronti di un sistema violentemente omofobico. Oggi le cose vanno meglio (anche se non ancora benissimo), e Wilde è stato “riabilitato” nel 2017 grazie alla famosa legge Turing, che prende il nome dal grande genio matematico, anche lui vittima dell’isterismo moralista inglese. La narrazione non ci risparmia nulla, vomito e pus, sangue e luridume, assenzio e belletto, rapporti mercenari con ragazzini, orgette con proletari sul litorale campano. E illustra con compiacimento la sua discesa agli inferi, la decadenza fisica, le malattie, la sporcizia, i vizi più abietti (si sa che immoralità e decadenza sono esteticamente più accettabili se ammantate dal benessere, ma nella miseria diventano ancor più disgustose). Se in qualcosa non convince Everett, non è nella regia, ma nella scrittura, perché si prova un senso di saturazione, nel vedere ripetute molte situazioni, in quell’andirivieni disperato, in quello squallore insistito, in quella resa rimandata. Ma la narrazione del film è scandita dalle parole del racconto che dicevamo, narrato da Wilde giovane ai figlioletti e poi dal vecchio decaduto ai suoi ragazzini di strada, e alla fine, attraverso quelle bellissime parole, il senso del suo pensiero Everett riesce a comunicarlo.
 

appassionato

6