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The First Man – Il primo uomo

Volle, sempre volle, fortissimamente volle

di

Non abbiamo più grandi sogni, solo piccole speranze terra-terra, spesso frustrate pure loro. Non guardiamo in alto verso le stelle o lontano verso nuovi orizzonti, col naso tuffato nello smartphone. Che ne sappiamo delle stelle del cielo, dei pianeti che ruotano lontani e indifferenti, della luna, Silenziosa luna, che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai? Perché allora Damien Chazelle ha sentito il bisogno, dopo il grandissimo successo di La La Land, di fare un film sulla conquista dello spazio, sull’esplorazione della Luna? Perché non ci sono più i sogni di una volta. E ce ne sarebbe bisogno. The First Man racconta la storia della conquista dello spazio da parte degli americani negli anni ‘60, nella loro gara contro i russi, concentrandosi sulla figura dell’astronauta forse più noto e amato, Neil Armstrong, primo essere umano a calcare il suolo lunare, il 20 luglio del 1969. Uomo integerrimo, reduce dalla guerra di Corea, riservato, intimamente devastato da un lutto terribile che aveva forse contribuito ad allontanarlo ancora di più dalle cose terrene per cercare qualcosa lassù, dove forse chissà cosa si può incontrare. Armstrong era un semplice uomo, cristiano ma razionale, profondamente convinto del suo lavoro, così preparato e disciplinato da sembrare non un eroe ma semplicemente un diligente dipendente. Ma può un uomo avere la testa fra le stelle e i piedi sulla terra? Può un uomo vivere da ingegnere, da pilota, da esploratore, mettendo ogni volta a rischio la propria vita, con sublime altruismo nei confronti del resto dell’umanità, ma con egoismo verso la sua famiglia, e riuscire a mantenere affetti terreni, sopportando pressioni pubbliche e private di tale entità? Ci si può astrarre a tale punto? Il tema è centrale anche nella recente serie tv The First, con Sean Penn. Ma il discorso che sembra stare a cuore al regista, non è la narrazione degli anni cruciali della sfida e dei sacrifici degli uomini impegnati, sia quelli che voleranno (e tanti ne moriranno) sia quelli che restano nella base operativa. Quello che il film comunica è la piccolezza, la fragilità incosciente degli umani che però mai desistono dalla sfida, perché questa è la razza umana, che dopo aver rischiato la vita solcando tutti gli oceani, esplorando in ogni direzione il pianeta, si è lanciata verso lo spazio. In diverse occasioni sono impressionanti il contrasto fra il fragore dei motori, le vampate ruggenti del carburante, le sconvolgenti vibrazioni della spinta propulsiva, le rotazioni impazzite, tutte le forze immani della fisica che si scaricano sul fragile, claustrofobico guscio di metallo che contiene il suo ancor più fragile carico. Che è interpretato da un deniriano Ryan Gosling, nel senso che senza mutare espressione, come De Niro, riesce a comunicare quanto gli passa nell’anima, sua qualità recitativa che dai detrattori viene vista come inespressività. Bravissima, anche se facilitata, perché i suoi rovelli sono meno interiorizzati, Claire Foy, che interpreta la moglie che resta a tenere la “base” terrestre. Intorno a loro il solito giro di attori noti e notissimi. Con questo First Man, Chazelle ci narra--- lo slancio verso un enorme fuori rispetto al nostro altrettanto ma meno esplorato dentro, superando la nostra limitatezza, soffocando i nostri rovelli personali. Siamo piccoli, siamo fragili, mortali, solo oltrepassando questi limiti siamo riusciti nei secoli a evolverci. Se adesso è finita, forse siamo davvero alla fine di un ciclo.

Intenso, controllato

7