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The Beatles: Eight Days in a Week - The Touring Years: Recensione

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Una settimana di otto giorni

L'ultimo film di Ron Howard è la cronaca di un Big Bang, la narrazione del momento in cui i Beatles da gruppetto locale sono diventati a velocità supersonica un mito per il mondo intero. Cose da riempire trent'anni tutte condensate in tre anni. Questo è avvenuto anche grazie all'incredibile serie di concerti dal vivo che i quattro Fab hanno tenuto a partire dal 1962, un giro per il pianeta a velocità supersonica, come una fucilata che li ha fatti arrivare stremati al 1965, anno in cui dopo il concerto di Candlestick a San Francisco, hanno detto "no more".

Il film si conclude con l'esibizione sul tetto della loro sede, al numero 3 di Savile Row nel 1969. Alla fine dei titoli di coda, durante i quali ascoltiamo ancora alcune battute dei ragazzi, si può assistere ai 30 minuti della loro esibizione allo Shea Stadium di New York, primo concerto rock davanti a più di 55.000 spettatori. Il video della performance è stato restaurato alla perfezione e l'audio, come quello di tutto il film, ha richiesto un eccezionale lavoro di rimasterizzazione perché l'originale era scadentissimo. Se ne parla nel corso del film, perché i Beatles stessi non riuscivano a sentire voci e strumenti mentre cantavano e suonavano, dimostrando così di essere dei veri professionisti perché non commettevano errori. Enorme il lavoro di raccolta di filmati rari e inediti, momenti delle esibizioni dal vivo, interventi agli show televisivi, interviste e dichiarazioni varie, arrivi e partenze in aereo e in auto, fughe dai fan, sessioni in sala di registrazione, arricchiti da interviste a Paul McCartney e Ringo Starr (di oggi) e ad altri noti personaggi (e si vedono il sempre composto ed elegante Epstein e il gentleman George Miller), con contributi dai fan di tutto il mondo che sono stati invitati a mettere a disposizione loro materiali originali. Di veramente nuovo, per noi, c'è la loro presa di posizione contro la segregazione razziale al Gator Bowl di Jacksonville, nel 1964, quando avevano dichiarato che mai si sarebbero esibiti di fronte a una platea divisa fra bianchi e "negri". Risalta il senso della loro grande solidarietà, della loro autentica leggerezza nell'affrontare in sintonia un mondo di adulti-vecchi che li osservava sopracciglioso e supponente (in fondo erano solo "quattro ragazzi che vivevano una vita alla Beatles"), al quale non risparmiavano battute e risposte fulminanti (anche "oltraggiose" come ben si ricorda nella polemica sulla battuta di John riguardo Gesù, cavalcata astiosamente dalla stampa, immaginiamo cosa succederebbe oggi con gli irosi e ipocriti social). Tanti film e documentari ci hanno raccontato il gruppo o i singoli personaggi e con approcci diversi. Il documentario di Ron Howard è però un imperdibile ricordo di un momento storico irripetibile. Oggi la trasgressione è l'oppio dei popoli, viene stimolata, incoraggiata, per distrarre le masse, e così oggi sembra inimmaginabile lo scatenato isterismo del pubblico, dovuto all'esplosione di vitalità, anche di sessualità che emanava dalla musica dei quattro ragazzi, che per allora era di rottura assoluta. Più forte è infatti la repressione, con maggiore forza salterà il coperchio. A quell'epoca solo Elvis poteva ambire a qualcosa di simile, lui e il suo mitico bacino. Ma la rivoluzione sessuale era alle porte, il Vietnam incombeva, Kennedy era stato ammazzato e i "negri" subivano feroci discriminazioni e i bianchi che li difendevano potevano finire molto male. E i Beatles solamente cantavano, cantavano canzoni di elementare, irripetibile forza, mentre conducevano una vita da Band on the Run che li ha messi alla prova, come persone e come artisti. senza mai minare il loro rapporto né la loro capacità creativa sterminata, capaci come erano di sfornare nonostante pressioni di ogni genere una sequenza di hits che ha dell'incredibile. E correvano veloci e leggere le loro canzoni, specie quelle dei primi anni, e il battito era quello della vita che correva veloce anche lei, in quel periodo di enormi cambiamenti, in cui per la prima volta dopo il cupo dopoguerra e la repressione degli anni ‘50/60 i giovani non erano solo adulti non ancora cresciuti, ma individui che rivendicavano il diritto a un proprio status e soprattutto a esistenze diverse, convinti che mai sarebbero finiti come i loro padri. Sappiamo che non è andata così, ma è stato bello immaginarlo. Anche per questo saremo sempre grati, ai Beatles, per averci accompagnati in questo sogno. 

 

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