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Terminator Genisys: Recensione

di

Meno male che c'è Arnold

Fra i tanti modi usati per definire la ripresa di un'idea forte, che si era rivelata vincente in campo cinematografico, dopo remake, prequel e sequel, era arrivato il reboot. Per Terminator Genisys ci viene detto che si tratta di un reset. Si prendono cioè i noti e amati personaggi della lunga saga (4 film e una serie tv) e si rimettono in scena eventi già noti, apportando però molte variazioni.

Ma alla fine la sensazione è, come dicevamo di recente per altri film, che certe storie non andrebbero toccate, troppo perfette erano, magari nella loro datata semplicità, ma ricche allora di originalità, di ironia e perfino di pathos, miscela che oggi raramente riesce. A parlare esplicitamente di remake per Terminator si sarebbe levato un coro di maledizioni a livello mondiale. Quindi, dopo infinite beghe finanziarie e societarie per il possesso dei diritti di sfruttamento (che comunque nel 2019 torneranno di proprietà di James Cameron, mentre in origine erano di Mario Kassar e Andrew Vajna), il regista Alan Taylor (Thor The Dark World) su sceneggiatura di Laeta Kalogridis e Patrick Lussier, rimette diligentemente in campo Sarah Connor, John Connor, Kyle Reese. E ovviamente T-800 (e meno male che c'è sempre un Arnold Schwarzenegger, stupendamente auto-ironico, "vecchio sì, ma non obsoleto"), oltre al malefico T-1000 (affidato a Byung-hun Lee) del secondo episodio e alla Terminatrix del terzo, impegnati sempre nel tentativo di salvare l'umanità da Skynet i primi, a impedirglielo i secondi. Tutti però sono coinvolti in fatti che deviano da quelli finora noti, perché i viaggi nel tempo hanno preso un altro corridoio temporale. Escamotage che consente di cambiare tutto lo sviluppo della trama e dei rapporti dei personaggi, lasciando aperta ovviamente la strada ai prossimi film (ne sono previsti due più una serie tv). Naturalmente sono rispettati-citati-rifatti alcuni punti topici della narrazione classica (uno per tutti, l'arrivo al Griffith Observatory di un giovane Schwarzenegger nudo). Ma nel procedere della storia, fra troppe spiegazioni per giustificare i contorcimenti narrativi, tutto l'insieme risulta inutilmente aggrovigliato, forzato e non necessario e pure privo di emozione, pur nella spettacolarità degli effetti speciali e degli stunt e con l'aggiunta di differenti sviluppi sentimental/affettivi fra i protagonisti, che non riescono mai a toccare l'intensità originale. Emila Clarke, la "madre dei draghi" Daenerys Targaryen di Game of Thrones, è una ben scelta Sarah ma perde nel confronto con Linda Hamilton; Jay Courtney rifà senza nessun carisma il ruolo che era stato di Michael Biehn e Jason Clarke, bravo attore australiano ancora non molto noto, è un John Connor inedito (stigmatizziamo una volta di più i trailer che spoilerano troppo). Compare simpaticamente J. K. Simmons, il vecchio poliziotto che crede, e mette le basi per una futura partecipazione di maggior spessore l'undicesimo Doctor Who, Matt Smith. Quanto al vaticinio sulla presa del potere delle Macchine, ormai è stato declinato in molte salse e fa molto meno effetto che negli innocenti anni '80 (o anche prima). Siamo tutti felicemente connessi, col naso incollato al nostro dispositivo preferito, disposti a rinunciare alla privacy pur di restare dentro questa adorata rete. Confidando che google, facebook e twitter non diventino mai cattivi quanto Skynet. "Niente è come stare nella macchina" (cit.).

 

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