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Suspiria

Germania in autunno, 1977

di

Strano, questo rifacimento del grande classico di Dario Argento da parte di Luca Guadagnino. Strano perché è così lontano dal semplice remake che sarebbe bastato ambientare in una scuola di una disciplina diversa dalla danza e non chiamare “Madri” le addette alla gestione, mettendo un altro titolo, e si sarebbe risparmiato fior di diritti, evitando inoltre gli alti lai dei soliti intransigenti. Strano perché inserisce nella sovrannaturale vicenda dei temi sociali, storici e politici, la cui decifrazione costringe a discutibili speculazioni e chissà invece Guadagnino cosa aveva in mente. Possiamo supporre si tratti quindi di semplice omaggio (o di cover come afferma Tilda Swinton) e allora ogni libertà, ogni contaminazione sono lecite. La narrazione, su sceneggiatura dello stesso regista insieme a David Kajganich suddivide in sei parti e un epilogo, dai bizzarri titoli, i 154 minuti della durata, che un po’ si fanno sentire. Tutto ruota intorno a una figura femminile portante, “Una madre è quella che può sostituire tutti, ma che è insostituibile” come recita un quadretto nella casa d’origine della protagonista. La madre immobilizzata a rantolare nel letto (ma forse a ragione); la Madre surrogata, trovata nella severa istruttrice; la Madre Patria degenere che manda i figli a morire in nome di certi ideali e poi ancora a morire per altri; la Mater (che sia di lacrime, di tenebre, di sospiri) che resta incistata nel suo ruolo, nella sua casa, senza arrendersi all’evidenza che qualcosa deve cambiare. Comunque: siamo nella cupa, slavata Berlino degli anni ’70, la Bader-Meinhoff è in galera a Stammheim, un aereo è stato dirottato dai palestinesi per ottenere la liberazione dei prigionieri politici (dopo il già avvenuto sequestro del Presidente della Confindustria per lo stesso scopo), insomma il cancro della violenza avvelena sempre la terra. Che non si è ancora depurata dal veleno più tossico, la Seconda Guerra e il Nazismo. In questo contesto, e in altri ben più tragici, è sopravvissuta la prestigiosissima scuola di danza Helena Markos, luogo di donne, gestito e abitato solo da donne, le Madri, gineceo artistico condotto con mano di ferro dalla ieratica Madame Blanc (una stupenda Tilda Swinton simil-Pina Bausch), il cui edificio si erge lungo il Muro. La giovane Susie, dal sorprendente talento, arriva fin lì dal lontano Ohio, dove ha lasciato una giovinezza traumatica da appartenente a una severa comunità amish. Le altre ragazze sono agitate, alcune ostili, altre misteriose, le insegnanti e le addette alla casa sembrano uscite da un film sulla Repubblica di Weimar. Misteriosi suoni arrivano dalle profondità della casa, che dietro infiniti specchi nasconde terribili segreti. Una delle ragazze aveva cercato rifugio da un vecchio analista, segnato dalla scomparsa dell’amata moglie per mano dei Nazisti. Quando anche la ragazza scompare, l’uomo inizia a indagare, ma ostacoli invalicabili frenano l’indagine. Intanto nella scuola si prepara un’esibizione finale del balletto Volk (le musiche del film sono di Thom Yorke, sempre riconoscibile, le rimarchevoli coreografie di Damien Jalet). Dakota Johnson è bella e magrissima ma inespressiva, Chloë Grace Moretz compare solo all’inizio. Lascia perplessi il professore, ma c’è una spiegazione e non possiamo spoilerare. Compare brevemente nel ruolo della mai dimenticata moglie Jessica Harper, l’antica protagonista del film di Argento. Nella scelta di Ingrid Caven, moglie di Rainer Werner Fassbinder per due anni, oggi 80enne, è impossibile non vedere un omaggio al grande regista, alle sue atmosfere decadenti, ai suoi personaggi femminili, così come non è casuale la scelta di Angela Winkler, musa di molti film del Nuovo Cinema degli anni ’70. Nel film di Guadagnino non c’è nulla del laccato, smagliante barocchismo di Argento, del suo espressionismo pieno di simboli, metafore e contrasti, nulla del suo horror elementare, qui l’horror è una serie di fotogrammi che passano a velocità subliminale, a formare incubi che tormentano le giovani donne. E le uniche due scene “forti” sono fin più inquietanti, mentre il gore finale è molto jodorowskiano (ma pure alla Rob Zombie più trash, con il sangue a schizzare come fosse in un tubo sotto pressione), mentre nel balletto finale i costumi delle danzatrici selvagge sembrano rivoli di sangue (e come non notare un accenno alle sante martiri dell’iconografia cattolica più classica). Suspiria di Guadagnino è una storia di donne e solo donne, streghe che non sono succubi/seguaci di nessuna figura superiore maschile, né un dio uomo, né un diavolo altrettanto maschio. Ma anche al loro interno il potere corrompe, la sete di continuare a vivere incalza e induce a compiere sacrifici innominabili, non molto distanti quindi queste madri dal potere esterno degli odiati uomini. C’è bisogno di una ripulita, di un ritorno alla purezza, anche se poi si continuerà a restare rinchiuse in quell’utero buio a difesa dell’esterno. Forse non c’è altra salvezza. Ma se vogliamo dare al film la sua lettura più politica, allora assume un significato ambiguo il “dono” benevolo della dimenticanza offerto pietosamente alla fine, perché attenzione, liberi dal senso di colpa si potrebbe ricominciare. Abbiamo visto il film nella versione originale, un misto di inglese, tedesco e francese, non sappiamo cose ne farà il doppiaggio.

Discutibile, da discutere

7