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Star Wars: gli ultimi Jedi

… When you’ll find your servant is your master

di
Come è, da chi è formato oggi il pubblico di Star Wars, chi andrà a vedere questo ultimo film, last but non least, di un ciclo iniziato nel 1977? Saranno in tanti (i più giovani) ad avere visto i film nell’ordine voluto a posteriori da George Lucas, tutti gli episodi dal primo al sesto in ordine cronologico, e saranno quelli (più anziani) ad avere visto per primo (e in sala, che ha il suo peso) facendosene rapire, il primo, storico film, che poi è diventato il numero quattro? Ma ci saranno anche quelli che hanno visto solo Il risveglio della forza due anni fa, e poi magari anche il primo degli spin-off, Rogue One.
 
Una platea che potrebbe andare dai 70 anni e passa ai 7/8, perché anche i bambini sono ospiti graditi, da instradare nel franchise. Insomma, come si fa a mandare a casa contenta tanta gente e così diversa? Miracolo che si chiede ogni volta a sceneggiatori, a registi e a interpreti (loro forse i meno responsabili di tutti). E il lavorio per arrivare a un tale risultato, lavorio mentale e dispendio di dollari, è visibile, si avverte e toglie forse pathos. In questo Episodio VIII, scritto oltre che diretto da Rian Johnson con intento innovatore, la Resistenza capitanata da Leia sta lottando contro un Primo Ordine sempre più dilagante e spietato, lo scontro è impari, i combattenti decimati. Sembra che non ci sia più speranza. Rey è lontana, nell’isola dove si era ritirato Luke per non affrontare il fallimento della sua vita. Mentre invano cerca di smuoverlo dalla sua decisione, la ragazza scopre uno sconvolgente contatto mentale con Kylo Ren, qui particolarmente ambiguo e infido e sempre sotto il controllo del malvagio Snoke, che esercita tutta la sua forza tentatrice nei suoi confronti. Mentre la flotta dei ribelli viene a poco a poco annientata, anche i singoli personaggi devono fare i conti con le proprie debolezze, con i propri errori, con dubbi e certezze. Ma l’azione incalza, non c’è tempo per fermarsi. Molta azione, molte belle scene di combattimento nello spazio si alternano ai duetti fra i vari personaggi, che a parte poche novità, sono quelli già noti, con maggiore spazio per Luke e la coppia Rey/Kylo. Elenchiamo quelli che per noi sono stati gli aspetti negativi, alcuni trascinati dal film precedente: su tutti infatti un cattivo per nulla carismatico, in CG (sotto c’è il solito Andy Serkis), di cui non sappiamo nulla se non la solita smisurata sete di dominio, la voglia di annientamento tipica dei dittatori folli; qualche concessione “facile” (la comparsa breve e irrilevante di un personaggio popolarissimo), qualche battuta di troppo e anche un gesto “ganassa” (che però ha provocato ululati da stadio nella platea dell’anteprima) pronto per diventare un “meme” (questa impostazione ci sembra quasi una forzatura, un’imposizione che il regista ha subito all’interno del suo discorso innovativo); qualche personaggio “puccettoso” stile Micini su Facebook, come i Porg e le buffe assistenti di Luke (bellissime invece le gigantesche linci/fennec/servalo da corsa e le volpi di cristallo); un po’ di lungaggini nella parte centrale (problema di ogni film che superi abbondantemente le due ore e qui siamo a 152 minuti). E non ci sono scene dopo i titoli di coda. È chiaro il disegno, non piattamente “rottamatore”, di far scomparire i vecchi per rilanciare nuovi caratteri, per staccarsi dal glorioso passato.
 
Per coltivare forse nuove platee alle quali poco importa di Han Solo (ma c’è in ballo uno spin-off) e di Luke e Leia da giovani e di Harrison Ford e di Alec Guinness. Anche C-3PO è in secondo piano rispetto all’adorabile “trottolino” BB-8 e il mitico R2-D2 compare solo come momento di nostalgia canaglia per Luke. Per fortuna non manca Chewbacca. Daisy Ridley si conferma una buona scelta, Adam Driver incrementando il suo lato dark convince anche chi nel primo film non lo aveva apprezzato, a sorpresa si mangia tutti Mark Hamill, una bella soddisfazione dopo anni di una carriera ricca ma lontana dalle ribalte. Carrie Fisher compare più che nel precedente capitolo e in carne e ossa, perché le scene erano state già girate prima della sua morte. Maggiore spazio anche per Oscar Isaac e il suo pilota guascone. Domhnall Gleeson è cattivissimo e guarda Driver in cagnesco. John Boyega si impegna volonterosamente (come attore non ci ha ancora convinto). New entry per la tenera Kelly Marie Tran (personaggio che ha un vero peso nella narrazione e ritroveremo) e per Laura Dern. La presenza di Benicio Del Toro sembra superflua a meno di eventuali sviluppi futuri. Appartiene al segmento più inutile del film, quello sul pianeta “alla Montecarlo”, un gigantesco casino spaziale dove cercano sollazzo i riccastri della galassia, trafficanti di ogni genere che si arricchiscono vendendo armi equamente a buoni e cattivi (come ogni trafficante che si rispetti, del resto). La digressione sembra puro pretesto per esibire la solita galleria di creazioni fantasiose in CG, creature antropomorfe bizzarre ma soprattutto animali e animaletti (buoni per il merchandise). Quindi: chi scrive era già adulta (e fan) nel ’77 e non riesce a valutare l’impatto emotivo che questo film, che questa rinnovata saga potrà avere sui giovani di oggi, sommersi di proposte anche più appassionanti, incapaci forse di comprendere l’immane sacrificio cui vanno incontro i rivoltosi che vogliono sottrarsi all’odiosa dominazione dittatoriale (sacrificio cui erano già andati incontro i protagonisti di Rogue One).
 
Insomma, per la libertà ci si sacrifica, si lotta ma anche si soffre e si muore, concetto che temiamo assai lontano dai giovani occidentali. Si accentua ma anche si distorce il concetto mistico della Forza, che è un dono e una dannazione, un potere così enorme che detenerlo, o impossessarsi di chi lo detiene, giustifica ogni nefandezza, e qui diventa quasi un super-potere da eroi Marvel. Inoltre l’eterno dilemma fra Forza buona e Forza cattiva oggi è abusato e molti spettatori potrebbero essere stanchi della temibile attrazione verso il “lato oscuro”, perché sfruttata anche in film e serie tv di altra ambientazione. Ma più volte nella narrazione si sottolinea che più della Forza può la Speranza, come a spostare il mirino. Ragionando, alla fine non si può dare meno di sette, anche se col cuore è qualcosa meno. Ci chiediamo però se oggi per uno spettatore miracolosamente ignaro della saga, vergine di ogni suggestione, questi due film avranno lo stesso impatto, lo stesso aggancio emotivo, la stessa importanza nell’immaginario di quel lontano, lontano film del 1977.

 

come si cambia per non morire

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