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Splice: Il Prometeo moderno in salsa sci-fi

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Da sempre il cinema, così come altre forme d’arte, ha tentato di dare una risposta a un quesito irrisolto: può l’uomo sostituirsi a Dio? Negli anni si è addirittura sviluppato un filone dedicato a tale tema, quello dei film sui "Mad Doctors", sottogenere horror-fantascientifico con personaggi strampalati pronti a tutto per dimostrare che la creazione non è un’esclusiva dell’Onnipotente.
Splice, la nuova opera di Vincenzo Natali, regista canadese di origini italiane conosciuto soprattutto per The Cube – Il cubo, segue in maniera molto lineare questa direzione, ma va a sostituire una coppia (lavorativa e sentimentale) di ingegneri genetici al classico scienziato pazzo.
Clive ed Elsa (chiaro omaggio a Colin Clive ed Elsa Lanchester, attori dell’indimenticabile La moglie di Frankenstein) lavorano infatti per la N.E.R.D., una casa farmaceutica che sta investendo soprattutto per la produzione di proteine atte alla cura di malattie.
Una volta creati Fred e Ginger, ibridi nati dall’unione di geni provenienti da animali diversi, i due desidererebbero passare immediatamente allo stadio successivo, ovvero alla fusione con Dna umano per la nascita di un nuovo essere utile a cause più nobili.
Nonostante il rifiuto, contravvenendo alle regole, l’uomo e la donna daranno vita segretamente a Dren, una creatura che non sarà così facilmente gestibile come si aspettavano.

Frankenstein, Alien, Specie mortale, la corporeità Cronenbergiana, questi alcuni dei modelli di riferimento per Vincenzo Natali, che non si accontenta di un sci-fi horror nudo e crudo ma cerca di innestare (tanto per giocare con il titolo) una serie di problematiche e rimandi piuttosto ambiziosi.
E così al tema vecchio quanto il mito di Prometeo si aggiunge quello della difficoltà nell’essere genitori, per di più di un figlio “diverso”, e di una sessualità confusa e che confonde.
Oltre a questo, il regista canadese si diverte a giocare con la religione e fa di Elsa una novella Eva, molto più spregiudicata e disinibita del suo compagno e pronta a cogliere per prima la mela, difendendo in ogni modo la sua creazione.

Il film inizialmente, nonostante tutti questi innesti, sembra reggere, soprattutto grazie all’incredibile carica umana che emerge da Dren, per la quale lo spettatore è portato a parteggiare.
Paradossalmente però le cose cominciano a peggiorare sensibilmente proprio quando si ha il twist finale, nella parte più horror-grandguignolesca.
Tutta la sottile inquietudine che si era respirata in precedenza viene spazzata via da un accumulo di sequenze grottesche, a volte involontariamente ridicole, che influiscono pesantemente sulla credibilità della vicenda.
Purtroppo non aiuta nemmeno la prevedibilità del finale, facilmente intuibile già con diversi minuti d’anticipo, e l’ennesima interpretazione sottotono di Adrien Brody, lontano ormai anni luce da quello straordinario attore che aveva meritato il premio Oscar ne Il pianista.
Funzionano invece sia Sarah Polley nella parte della scienziata tormentata che soprattutto Delphine Chanéac in quella di Dren, alla quale conferisce tutta la sua sensibilità.
Splice, rispetto a Cube – Il cubo, in parte irrisolto ma comunque intrigante, finisce col rivelarsi un’occasione sprecata, un film buttato via frettolosamente forse per le troppe ambizioni.

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