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Song to Song: Recensione

di

 Tutto il resto è noia

Questa volta gli infelici pochi, sulla salvezza delle cui anime Terrence Malick continua ad arrovellarsi molto, sono del giro musicale ad Austin, non più cinema e non più L. A. Un produttore miliardario, specie di fascinoso e torbido Mefistofele, avvolge nelle spire dei suoi inganni un paio di donne e un uomo (Mara, Portman, Gosling), con la scusa dell'amore o degli affari.

A loro volta questi si incroceranno fra loro, si faranno del bene e del male, si perderanno e si ritroveranno, tutti rischiando la rovina per obnubilamento delle coscienze. L'edonismo sfrenato porta all'autodistruzione. Troppi soldi fanno male e l'ozio è il padre dei vizi. Come è nello stile narrativo di Malick, i personaggi vagano, in immense lussuosissime magioni, in aree campestri o marine, inseguendosi con sguardi densi di significato, sfiorandosi o aggrovigliandosi peccaminosamente (ma senza mai dare l'impressione di divertirsi troppo), smettendo poco dopo di scambiarsi i suddetti sguardi, anzi evitandoli dolorosamente, dilaniati da dubbi e timori su ciò che temono sia o non sia "vero amore". In genere sembrano patire una noia infinita, rotta da qualche party in altre lussuosissime magioni, tutte con piscine spettacolari, popolate da avvenentissime e disponibili creature, bevendo molto, mangiando pochissimo, drogandosi a tratti, facendo qualche viaggio in zone di desolata miseria dove la loro ricchezza casual risalta ancora di più, in generale compiendo azioni pochissimo interessanti (mai un buon film, un bel libro, una serie tv, un po' di sport, starsene a letto abbracciati tranquillamente, frequentare amici simpatici). Questo olimpo di fortunati, che sono però personaggi fasulli, costringe gli attori a performance a tratti imbarazzanti, mentre si dibattono in un vuoto esistenziale, che con ben maggiore capacità aveva descritto Antonioni nei suoi film negli affluenti anni '60. Michael è il satana corrotto e corruttore, dal sesso mortifero; Ryan sembra viverla in modo sempre sofferto, ma anche a tratti più giocoso; Rooney si fa tentare, rischia di precipitare nell'abisso, che invece fissa troppo a lungo Natalie. Di sfuggita vediamo Cate Blachett, Val Kilmer (dimagrissimo), Holly Hunter. A nobilitare la materia musicale, che non è memorabile (il film è ambientato durante il South by Southwest), compaiono (ma sono irrilevanti) vari musicisti, fra cui Iggy Pop, Flea, Anthony Kiedis e anche la Musa Patti Smith, alla quale sono affidate poche battute ma, nelle intenzioni, anch'esse "dense di significato". Se l'ambiente nel quale vive Malick gli ha ispirato gli ultimi film, farebbe bene a cambiare giro. Noi siamo stanchi e un po' infastiditi. Lasciamo stare la fotografia, le stilose inquadrature spesso deformate da un leggero fish eye, la bellezza degli ambienti e degli attori. Focalizziamoci sulla storia, assai poco appassionante, che data la sua lunghezza genera apprensione, perché con quello stile narrativo si potrebbe andare avanti anche più dei già troppi 129 minuti del film. Le grandi domande alla Tree of Life questa volta sono meno pressanti, in primo piano abbiamo solo le pene esistenziali di personaggi, con nessuno dei quali passa per la testa di empatizzare, in una prevedibile summa di To the Wonder e Knight of Cups. In anni di grande immoralità pubblica, di grande finanza che fa strame delle classi più deboli, di migrazioni che costano milioni di morti, di integralismi religiosi feroci, di dittatori alla Stranamore, di guerre civili spietate, stare ancora a discettare di questo genere di problemi, di questo genere di moralità, ci sembra sorpassato, buono solo a riempire i sofà degli analisti. Interessano davvero, sono davvero così indispensabili e universali i rovelli di un cantante che ha perso l'ispirazione insieme all'innocenza, della ragazza che ha sbagliato tipo d'uomo e ha fatto esperienze (orrore) lesbiche, dell'impresario che non sa più cosa farsene della sua vita di lusso, dell'illusa camerierina texana ? Si dirà che anche il privato è pubblico e dal basso arrivano le storture che si ingigantiscono mano a mano che si allargano nella società (di sensi di colpa, di peccati, di espiazioni in senso religioso non ci sentiamo di parlare, perché da non credenti non ci interessano). Sarà. Come farà saggiamente uno dei protagonisti, consigliamo anche noi demagogicamente di andare tutti a lavorare, pesanti e sani lavori manuali. Anche Malick, forse dovrebbe. O dovrebbe uscire dal suo nido dorato e guardarsi in giro, oltre la siepe delle ville di lusso in cui si sta avvolgendo su se stesso.

 

La bellezza sprecata

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