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Smetto quando voglio 3 - Ad honorem

Onore ai vinti

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Nel 2014 era uscito il film Smetto quando voglio, spiritosa, amara (e anche tenera) storia di un gruppo di falliti assoluti, tutti “eccellenze” nelle rispettive specializzazioni, tutti condannati alla sconfitta perché quelle eccellenze erano in campo intellettuale. Tutti laureati infatti e tutti menti sopraffine, i poveri eroi, ormai schiacciati quando non espulsi dallo sfruttamento spietato, dalla tendenza al ribasso dei nostri tristissimi giorni. Per sfangarla si erano improvvisati produttori e spacciatori di una nuova droga e le loro paradossali, spiritose avventure, grottesche ma mai becere, avevano incontrato il gradimento del pubblico, anche nel secondo film uscito nel febbraio del 2017, dove le loro peripezie prendevano una riuscita anche se inattesa piega action. Confidando nel successo del proseguimento della sua narrazione, il regista Sydney Sibilia, autore della sceneggiatura insieme a Francesca Manieri e Luigi Di Capua, aveva girato insieme al secondo episodio anche un terzo, che oggi esce sugli schermi con il titolo Smetto quando voglio – Ad honorem.
Li ritroviamo tutti, tutti “al gabbio” dopo le disavventure trascorse, e Pietro Zinni (Edoardo Leo) è stato lasciato dall’amore della sua vita, la madre di suo figlio, e non si rassegna. In cerca di riscatto personale che diventerà collettivo, riesce a ricongiungere sotto lo stesso tetto carcerario tutta la banda, con l’appoggio del temuto boss Murena (Neri Marcorè), personaggio qui approfondito rispetto ai film precedenti. Perché Pietro sa con incrollabile certezza che c’è una missione da compiere, che il misterioso e temuto boss Walter Mercurio sta per organizzare un attentato devastante. Perché la famosa droga Sopox, al centro dello scorso episodio, in realtà diventerà letale gas nervino. E quale potrà essere il bersaglio dell’incarognito e misterioso villain (Luigi Lo Cascio)? Ma l’Università della Sapienza ovviamente, luogo corrotto dove i meritevoli sono stati sfruttati, svillaneggiati ed espulsi.
 
Il bello di questa serie è che ciascun episodio è nel suo piccolo anche un film di genere, che ripercorre con maggiore accuratezza di quanto si potrebbe supporre alcuni classici passaggi di film ben diversi dalla commedia all’italiana. Dopo l’allusione al mitico Walter White, dopo l’inaspettato assalto al treno del film precedente, qui si “cita” il genere carcerario, con un’evasione perfettamente congegnata, sequenza davvero divertente perché ritmata dall’incredibile esibizione canora (e non canzonette, Il barbiere di Siviglia) di Stefano Fresi, impegnato anche in uno spassoso recitativo con i due latinisti Valerio Aprea e Lorenzo Lavia, agganciandosi ad un finale alla 007 con il classico countdown da interrompere per la salvezza collettiva. Come per i film precedenti, il valore della storia si fonda però molto sulla scrittura dei personaggi, affidati, oltre che ai visi più noti dei protagonisti principali, ad attori alcuni non notissimi al grande pubblico (ma agli appassionati di Boris sì), ma di bravura indiscussa. I nostri eroi, che non sono dei nerd ma semplicemente persone coltissime, sono portatori come fosse un handicap di quella “eccellenza” con la quale ogni giorno politici e manager si riempiono la bocca per poi deprimerla e disprezzarla nei fatti. Hanno l’eloquio forbito, la conoscenza approfondita delle proprie materie di competenza, l’incoscienza dell’intellettuale che si fa uomo d’azione ma soprattutto la speranza, sempre l’ultima a morire, di riprendersi quello che hanno perduto, senza rinunciare allo sberleffo a un mondo stupido e profondamente ingiusto. Ci sarebbe materia per proseguire, chissà, forse un gruppetto di personaggi così reggerebbe anche una serie tv.
 

Perché loro valgono

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