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Slender Man

L’internet fa male

di

Una volta per evocare un demone si doveva leggere qualche astrusa formula in latinorum da un tomo possibilmente rilegato in pelle umana. In seguito abbiamo visto che anche guardare una videocassetta poteva bastare. Oggi poi non c’è che premere play su un video nel proprio smartphone e voilà il Male si materializza. Siamo nella solita tranquilla cittadina di provincia immersa nel verde, in un liceo senza bulli, genitori un po’ assenti ma non ostili. Il solito gruppetto di amiche (le attrici tutte facce note), quattro ragazze carine ma non troppo, vestite casual, nemmeno truccate, per niente bitches insomma, in una notte di alcol, ozio e chiacchiere commette la solita imprudenza, va su internet a cercare scemenze e scatena un demone, lo Slender Man, sottile figura senza volto che ha origine nei boschi, per braccia lunghi rami/tentacoli. E si dà il via alla solita serie di passaggi obbligati, ai soliti abusati trucchetti, i ripetuti jump scare (colpi, schianti, scricchiolii, interferenze elettriche a volume altissimo), i ripetuti equivoci su incubo/realtà, fra sonno e veglia. Nulla ci viene risparmiato, mentre le improvvide ragazze hanno modo di pentirsi ampiamente degli errori commessi, anche se tutto ciò che succede non ha particolare senso logico. Sarà la più matura a comprendere che la leggerezza commessa esige un contrappasso pari all’oscura forza scatenata. Il film diretto dal francese Sylvain White (uno che si è fatto le ossa nelle serie tv), rielabora una leggenda nata su internet una decina di anni fa, oggetto anche di un videogame indie, e non si capisce perché continuare a parlarne. Ma anche nell’horror siamo a un peggioramento, a uno scadimento, come in tante altre parti ben più serie della nostra cultura. E tocca sempre tornare a rimpiangere il passato.

Privo di originalità

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