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Sing Street: Recensione

di

 Last Night a Music Save My Life

Perché si mette insieme un gruppo musicale? Per fare i soldi certo, ma soprattutto per le ragazze. In una grigia Dublino, cattolica, repressa, in dura recessione, Conor, 16 anni, sta subendo le conseguenze della crisi famigliare. I genitori dolorosamente non si amano più, stanno per affrontare la separazione (nella cattolicissima Irlanda il divorzio non sarà approvato fino al 1996), per motivi economici dovranno vendere la loro confortevole casa.

Conor e i due fratelli, il maggiore Brendan e la minore Ann si dovranno dividere fra i due. Conor deve anche cambiare scuola, da una privata più protetta si trova in una pubblica, gestita dai preti, in un calderone di durissimi conflitti. Ma sono i luccicanti anni '80 e sugli schermi della televisione a Top of the Pops passano i primi video, Rio dei Duran Duran, diretto da Russell Mulcahy, apre a Conor un mondo. Lui strimpella la chitarra e sa scrivere bei versi. E ha un fratello maggiore con la stanza foderata di LP che gli fa ascoltare Joe Jackson, i Cure, i Police. A fargli prendere la decisione di scrivere una canzone, pretesto per poi realizzare un video, è la visione dell'irraggiungibile Raphina, più grande, più scafata ma fragile, bellissima. Mette su il solito gruppo di Grandi Sfigati e incredibilmente compongono ed eseguono belle canzoni, realizzano artigianali video di cui Raphina è ovviamente protagonista, mutuando stile e temi da quanto passa sugli schermi delle tv. Diventano tanto "diversi" che la loro coraggiosa stranezza li protegge, anche se sbeffeggiamenti e soprusi non mancano e non solo da parte dei compagni: cuori da New Romantics che battono in proletari ma coraggiosi cuori irlandesi. Visibile all'orizzonte, quando l'aria è tersa, si può intravedere la costa inglese, miraggio per chi sull'isola si sente soffocare, terra promessa per chi vorrebbe esprimere quello che ha dentro, senza arrendersi a un futuro di assegno di disoccupazione, di sabati al pub e poi a farsi le canne, spegnendo ogni luce interiore. Ce la farà Conor a scappare, almeno ci proverà?  Menzioniamo i due protagonisti, entrambi più grandicelli di quanto dovrebbero essere nel film, ma assai ben scelti come fisionomia. Conor è Ferdia Walsh-Peelo, così sconosciuto che su IMDB non c'è nemmeno una sua foto e solo una riga di testo, delizioso ragazzo che acquista carisma mano a mano che le sue scelte lo definiscono. Lucy Boynton 22 anni, una Olivia Newton Jones ancora più dolce e bella, ammanta di fragile arroganza la sua Raphina. Il fratello maggiore è Jack Reynor, quasi irriconoscibile finché fa lo strafattone con i capelli lunghi (Transformers 4, Una notte con la regina, Macbeth). Padre e madre sono Aidan Gillen e Maria Doyle Kennedy, facce notissime del miglior cinema inglese (e di serie tv di qualità). Anche gli altri ragazzi del cast sono scelti alla perfezione. John Carney, da quel gran sentimentale che è, già autore di Once e di Begin Again, confeziona con il bilancino dei sentimenti un film costruito quanto si vuole, ma così bene che non può non piacere (astenersi i soliti cuori di pietra). E la sua bravura si nota non solo per quanto riguarda la costruzione dei personaggi, la loro tipologia e le loro meccaniche e la scelta delle facce, degli attori, la resa delle atmosfere di desolata sconfitta, ma soprattutto (di nuovo, dopo Once e Begin Again, come in Once e Begin Again) grazie alla musica, quella musica che può salvare la vita, così come ogni dote artistica che uno possiede ma di cui è, deve essere convinto perché funzioni. Non solo è bellissima la sequenza di canzoni originali degli anni '80, con Duran Duran, Spandau Ballet, Hall & Oates, Costello e Jackson, ma è sorprendente la serie di brani inediti, quelli eseguiti da Conor e dal suo gruppo, composti da Gary Clark (quello di Once, di Falling Slowly) e Gregg Alexander (dei New Radicals), canzoni gradevoli e degne di ascolto anche al di fuori della colonna sonora, con il perfetto mood di quegli anni. A strappare l'applauso sono però gli artigianali, elementari video dei ragazzi, in assoluto eighty's style, che rifanno con affetto il verso ai prodotti di quegli anni con vere e proprie citazioni, nelle inquadrature, negli oggetti di scena, nei vari look degli improvvisati "attori", che i più attenti individueranno con gioia. Carney si conferma insomma maestro nell'intrecciare alla musica le ambasce sentimentali, esistenziali dei suoi personaggi, magari non originali, magari già viste più volte, ma con una tenerezza speciale, con un tocco che conquista, perché riesce sempre a smuovere qualcosa di intimo, di personale nel cuore dello spettatore più sensibile.

 

 

La musica ribelle

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