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Shutter Island: Ingannevole è Scorsese sopra ogni cosa

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Chi sostiene che i grandi maestri tendano a ripetere sempre i loro capolavori, senza mettersi mai in discussione, si sbaglia di grosso. Lo dimostra Martin Scorsese con il suo folgorante Shutter Island, noir insieme cupo, onirico e disperato, sospeso a picco sulla follia.

“E’ meglio una vita da mostro o una morte da uomo per bene?” si domanderà il protagonista, a seguito di un tortuoso viaggio dentro se stesso, ancor prima che nell’isola blindata che dà il titolo al film. impossibile uscire (ed entrare) da Shutter Island sani di mente: vi sono rinchiusi i pazzi più pericolosi in circolazione, e quando uno di loro sparisce, semplicemente, c’è da tremare.

Così, per risolvere il caso di una paziente scomparsa, viene chiamato l’agente federale dalle cravatte improbabili e dall’emicrania cronica Teddie Daniels. Primo mistero: la donna si sarebbe volatilizzata da una cella blindata e sbarrata, per di più scalza da 24 ore, e in piena tempesta. Ha lasciato solo un criptico foglietto come indizio: “La legge del 4 – Chi è il 67esimo?”.

Sono solo i primi dei numerosi enigmi che lo scaltro Teddie, seguito dal compagno Chuck (l’ottimo Mark Ruffalo) appena conosciuto, dovrà affrontare, prima di intuire realtà aberranti sulle pratiche manicomiali. Intanto, fra sospetti, interrogatori e indagini condotte a perdifiato, appare e scompare la figura di sua moglie (Michelle Williams, inquietante e talentuosa), un’allucinazione costante, l’ossessione fatale da cui non riuscirà a liberarsi.

Lutti da rielaborare, spettri familiari da scacciare, macigno dei ricordi da sopportare, verità sanguinanti da rimarginare: questo e molto altro sarà costretto ad affrontare il protagonista, un Leonardo di Caprio, ormai al suo quarto film con Scorsese, sempre più bravo, che qui sa calarsi in un ruolo solo all’apparenza come tanti altri. Perché in realtà il personaggio cela un morboso ed estremo dualismo nella sua stessa natura, sfumatura impalpabile (e via via sempre più evidente) ma fondamentale che l’attore riesce a restituire, interpretandone al meglio la complessa ambiguità.

Come un prestigiatore, Scorsese sa ingannare lo spettatore, coinvolgerlo in un gioco cervellotico,claustrofobico,geniale: chi guarda è pedina nelle sue mani e, come in The Departed, costretto a seguire di volta in volta la realtà che lui vuole farti vedere. Ma non è detto che sia quella vera.

Una cosa è certa: nessun regista vivente, oggi, sa girare come lui. E nessuno, come dicevamo all'inizio, sa reinventarsi e sperimentare sempre nuovi territori artistici (qui si cimenta in scene oniriche a metà fra Lynch e Gondry, fitte di simbolismo e buone intenzioni artistiche).

Il tutto seguendo le pagine nere di Lehane (suoi anche Mystic River e Gone baby gone), fra musiche tetre e scenografie dai colori plumbei, inquadrature mozzafiato, indugi estetici sul minimo dettaglio, spiazzanti sterzate di genere in pochi minuti (il detective movie cede il passo ora al dramma, ora alla love story, ora al film d’azione, persino al disaster-movie – nella sequenza dell’uragano), colpi di scena così inaspettati e destabilizzanti da far perdere l’equilibrio.

Soffocante, incalzante, assurdo come solo un incubo sa essere. E nel capire la “regola del 4”, nello scoprire chi è il “67mo paziente” di Shutter Island, lo spettatore viene costretto al muro in una caccia contro se stesso: tu, proprio tu che stai guardando questo film, sei sicuro di essere ciò che dici di essere? E se tutta la tua vita non fosse altro che un’invenzione al limite del sogno, frutto di una ferita del cuore che nessuno saprà mai sanare? “Le ferite generano mostri”, si dice nel film. La verità è che i mostri, spesso, generano ottimi film, capaci di farti credere puntualmente ciò che non è vero, per poi spiazzarti nel finale.

Questo è Scorsese, signori: mostro di bravura ingannevole sopra ogni cosa.

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