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Serenity

Un pesce di nome Giustizia

di

Quando uno è un fallito totale, può anche porre la sua ragione di vita in un pesce, un tonno per la precisione, enorme, battezzato Giustizia, che negli splendidi mari dei Caraibi si ostina a sfuggire a un hemingwayano Matthew McConaughey, che qui di nome fa Baker Dill. Che è un reduce dell’Iraq in PTSD, che vive in una specie di container sull’orlo di un costone a picco sul mare, litiga con i turisti che dovrebbe portare a pesca, per raggranellare qualche soldo fa pesca notturna di spada. Ha inoltre una relazione molto libera con una bella signora (la stupenda Diane Lane) e passa il suo tempo fra il bar del paesino e la sua barca. Ma un bel giorno ricompare il suo grande amore di gioventù (nonché madre del figlioletto lontano e amatissimo). La donna è in versione femme fatale stile Chandler/ Chase (Anne Hathaway bionda, bocca rossa, improbabili cappelli), ora sposata con perfido e losco miliardario, Jason Clarke in versione carogna ricca e arrogante. La donna chiede a Baker di ammazzarlo simulando un incidente di pesca, per liberare così lei e il figlioletto dagli abusi del bruto. Dopo qualche tentennamento Baker ci casca e accetta. E fin qui siamo nel più vieto melò/noir, tropici sudati, alcol e sigarette, amori perduti e fallimenti esistenziali, un Brivido caldo del nuovo millennio. E sembra incredibile tale vieta tipizzazione, perché a scrivere e dirigere c’è Steven Knight, che di melò ne ha anche scritto qualcuno, però ha anche ideato La promessa dell’assassino e diretto l’originale Locke. In Serenity ogni personaggio è un concentrato di mille altri, protagonisti di film o romanzi di questo genere, di alta o bassa letteratura, di film di serie A o serie Z. Ci sono il barista saggio, l’aiutante Grillo Parlante, il vecchio alcolizzato al bar, la negoziante impicciona. Intanto il faro sciabola lame di luce nell’oscurità, mentre piogge torrenziali non lavano via i peccati. In tutto questo lo manca sempre di pochi secondi un buffo omino (Jeremy Strong, lunga carriera ma emerso con Succession), una specie di ragioniere che tallona Baker in giro per l’isola per scopi misteriosi. E questo è il più eclatante indizio fra altri dettagli improbabili (i dialoghi a distanza fra Baker e il figlio, che è un mago del computer), sempre più frequenti come smagliature sempre più larghe che lasciano intravedere una trama del tutto diversa. Perfettamente a suo agio nella parte di un Surfer, Dude cresciuto e amareggiato, in china discendente senza più speranze, possiamo ammirare Matthew McConaughey spesso con maglietta bagnata o proprio nudo a inquadrare un lato B notevole, a riprova di una forma fisica alla fine del tutto ritrovata, faticosamente ripresa dopo Dallas Buyers Club. Si adeguano alla scrittura dei rispettivi personaggi tutti gli altri attori. Noi siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni, cita uno dei personaggi, nessuno sa chi siamo tranne chi ci ha “creato”. Ma in questo specifico caso chi è il creatore (oltre al regista-sceneggiatore)? Non siamo tutti personaggi della commedia che il Destino scrive ogni giorno per noi, impegnati a giocare il millenario gioco della vita e della morte? Quindi ricordate che Serenity non è il film che si impegna a sembrare e non è detto che piaccia di più quando si comprende dove si sia voluto andare a parare. Ma non è detto nemmeno che dispiaccia del tutto.

strambo

7