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Senza lasciare traccia

Into The Wild

di

Che cos’è l’amore? L’amore è protezione e la sua massima essenza sta negli affetti famigliari. Convinto di proteggere la sua unica figlia Tom da un mondo che avverte estraneo e nocivo, il devastato reduce di guerra Will, pure vedovo, la trascina in una vita nomade, in totale immersione nella natura, sopravvivendo con un ricorso minimo ad attrezzature provenienti dal mondo “civilizzato”. Qualche soldo ricavato vendendo le medicine per il PTSD lo spendono acquistando quelle provviste che proprio non possono procurarsi nella natura, un sogno di indipendenza ibrido dunque. Li troviamo nella stupenda Forest Park vicino Portland, dove le felci sono così grandi da nascondere un uomo, ma il parco è suolo pubblico e, scoperti, sono costretti dal Sistema a trasferirsi in una confortevole abitazione in una coltivazione di abeti natalizi, comunità accogliente, gente semplice e non cattiva (nessuno degli appartenenti all’aborrito mondo esterno è mai ostile). Mentre Tom inizia ad ambientarsi bene, Will patisce la situazione e la costringe a lasciare tutto e fuggire di nuovo con lui più a nord, nello stato di Washington, dove i due rischiano la vita in condizioni ancora più dure. Nuovamente soccorsi da rappresentati di quell’umanità che l’uomo fugge, trovano riparo in un gruppo che vive nella foresta, un piccolo villaggio di roulotte attrezzato per sopravvivere al duro ambiente naturale, gente ferita dalla vita che si è ritrovata e si sorregge a vicenda. Non per nulla il film è diretto e anche scritto da Debra Granik, insieme ad Anne Rossellini, a partire dal libro My Abandonment di Peter Rock, già autrice di Down to the Bone, il documentario Stray Dogs, lo splendido Un gelido inverno. Infatti il film ha un suo valore anche come ritratto di un’America marginale ed emarginata, piccole comunità che consumano la vita in ambienti naturali di grande durezza, costretti a lavori manuali pesanti eppure uniti da un senso della comunità che il benessere ha forse dissolto. Una vita nello stile di una nuova frontiera, ripiegata, malinconica, perché davanti non c’è più il Sogno e dietro sono rimaste solo macerie. In mancanza di scenari apocalittici come in The Road o anche It Comes at Night, Senza lasciare traccia si accomuna a Captain Fantastic, che a sua volta rimandava al tragico Mosquito Coast o al degenere padre di Partisan, storie di genitori convinti di fare il bene dei figli, discorso che qui tocca il limite estremo, ma si può girare su situazioni più prossime, più plausibili. Quando prepariamo i nostri figli al contatto con il mondo esterno dobbiamo istruirli non con la fuga, ma insegnando loro ad affrontarlo quel mondo, guardandolo bene in faccia, coscienti di tutto il male ma anche di tutto il bene che incontreranno. E starà a loro scegliere, non ai genitori, fuorviati dall’egoistica convinzione che ciò che va bene per loro vada bene per i figli. Ci sarebbero solo ricadute negative su innocenti creature che non hanno potuto scegliere, esposte poi al rischio di difficile inserimento in quella società, che difficilmente potranno evitare per sempre. Il padre di questo film (un ottimo Ben Foster) non rifiuta ideologicamente il Sistema, rifiuta l’umanità in toto, perché è stato chiamato a difenderla in modi che lo hanno devastato e indotto al rigetto totale. Ma la sua personale difesa da un mondo vissuto come ostile non può che lasciare la figlia (la bravissima Thomasin McKenzie) ancora più vulnerabile. If you love somebody let them free… e qui vale per entrambi.

La risposta non è la fuga

7