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Scary Stories to Tell in the Dark

Mai aprire certe porte

di

Se guardi troppo a lungo l’abisso, lui guarderà te. Se leggi con troppa convinzione un libro, lui ti guarderà e scriverà lui la tua storia? Certo che sì, se siamo in una storia horror come quella che ci viene raccontata in Scary Stories to Tell in the Dark, tratta dalla trilogia di libri scritti da Alvin Schwartz, alla cui sceneggiatura ha collaborato addirittura Guillermo Del Toro. A dirigere c’è André Øvredal, che ricordiamo per Trollhunter e Autopsy. Siamo nel 1968, nella solita amena cittadina in Pennsylvania, nel solito sobborgo fatto di villette e viali e vialetti, il liceo e l’ufficio dello sceriffo, il drive inn e una main su cui scorrazzare in bicicletta. E ci sono i soliti ragazzi, quelli buoni e quelli cattivi, quelli carnefici e quelli vittime. Quelli buoni, quelli spesso vittime degli altri, ad Halloween non hanno di meglio da fare che organizzare uno “scherzetto” un po’ troppo cattivo ai danni dei nemici di sempre, la cui reazione di selvaggia violenza li costringe alla fuga. Finiscono così per coinvolgere un ragazzo messicano, che avevamo visto aggirarsi in città con aria sospetta. Costretto dalle circostanze e dal sopravvenuto interesse per Stella, una del gruppetto, Ramon resta invischiato in una storia che si svelerà sempre più pericolosa ad ogni loro passo. Nella fuga finiscono in una di quelle magioni abbandonate dove tutti sanno che non si dovrebbe mai entrare, perché là si sono consumati fatti orrendi per mano della potente Famiglia Bellows, ormai estinta. Ma come da manuale, l’adolescente aprirà quella porta, percorrerà quel sentiero, leggerà il libro proibito e declamerà le formule demoniache, risvegliando uno spirito affamato di vendetta, tutto sommato sacrosanta. Peccato che a fronte di una serie di fatti non particolarmente originali, pur ben raccontati, con incubi e creature mostruose ben resi, la storia si stemperi in una conclusione non incisiva. Anche nel cast non c’è nessuno che lasci il segno. C’è un tema che viene buttato via nel finale, dopo che aveva ripetutamente lampeggiato nella narrazione, la guerra del Vietnam, per la quale partiva, volente o nolente, convinta o disperata, la “meglio gioventù” del paese, indotta dai “padri” bugiardi, a cominciare con Kennedy per intensificarsi con Johnson e poi con Nixon, che nel film si affaccia dai televisori facendo campagna elettorale. Se gli spiriti assetati di vedetta dei figli traditi dai padri si tramutano a loro volta in aguzzini di altri innocenti, qualcuno deve riscrivere la Storia, ristabilire giustizia e attribuire gli esatti ruoli a carnefici e vittime. Ma ci si deve sforzare e avere voglia di lambiccarsi il cervello per infilare queste considerazioni. Inoltre il finale, aperto per far balenare la possibilità di un sequel, aumenta il senso di insoddisfazione.

Un horror per ragazzi

6