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Robin Hood

Robin Meet Guy

di

Scordatevi la vecchia leggenda, buona tutt’al più per una bedtime story. Nessuno vi ha raccontato la storia di Robin Hood in questo modo, ci dice il regista Otto Bathurst nell’incipit del film. E così sarà perché assisteremo a una sorta di prequel aggiornato ai nostri tempi, pur ambientato nel canonico periodo storico, privo però di ogni rispetto nei confronti di una plausibile ricostruzione d’epoca, con cui si prende infinite libertà. E lì per noi sta il suo bello. Robin, personaggio forse esistito, forse no, intorno al 1200 ed entrato nella cultura popolare a partire dal 1300, presentissimo nella cultura pop successiva, con film, serie, canzoni, fumetti e videogame, è oggetto di una rivisitazione totale. Conosceremo quindi Robin of Loxley, nobile di mezza tacca col suo palazzotto tenuto appena un po’ meglio delle altre case della sua cittadina. È appena scoccata la freccia di Cupido fra lui e la sua Marian (bella la scena del loro primo incontro), quando riceve la cartolina-precetto e deve partire per la terza crociata, il solito infermo mediorientale (Gerusalemme sembra l’Iraq, con agguati fra le rovine, cecchini con balestre a ripetizione e frecce che paiono bazooka). Dalla quale torna, ferito nello spirito oltre che nel corpo (come qualunque reduce in PTSD), per scoprire che lo Sceriffo di Nottingham gli ha saccheggiato e pignorato la casa, che tutti lo hanno dato per morto, che nel paesello tutti sono affamati e sfruttati (costretti a lavorare nelle miniere, che sembrano quelle di Thunderdome, il Mad Max con Gibson, e vivono in slum stile favelas brasiliane ). E la sua donna, l’amore della sua vita, se l’è presa un altro. Grazie al training psicologico e fisico (cose in stile Rocky) da parte di un altro reduce (Jamie Foxx con tatuaggi tribali in faccia che ricordano quelli di Morgan Freeman nella versione con Kevin Costner), guerriero saraceno animato da un sacrosanto desiderio di vendetta, Robin decide di fare giustizia di tutto. Diventa Robin The Hood, con tattiche da guerriero Ninja e arco a ripetizione, e il suo cappuccio (niente berrettino) viene preso come simbolo di ribellione per la vessata popolazione. In un mondo di violenza e soprusi, un cappuccio è un ribelle, cento cappucci sono una rivolta. Robin ruba allo Sceriffo per ridare ai poveri ciò che è stato loro sottratto con tasse ingiuste, con balzelli cavillosi, con pura prepotenza ed entra nel mito. Ma per meglio sapere dove colpire, riprende il suo posto fra i notabili (Zorro docet), ingannando la corte di nobili approfittatori che accerchiano lo Sceriffo. Marian intanto, che accudisce i bisognosi come un’addetta a qualche Onlus, si è fidanzata con Will, un uomo del popolo che spera di trovare nella politica il suo riscatto sociale (5 stelle?), e guarda Robin fare il suo gioco e aspetta di vedere quanto regge. Il discorso dello Sceriffo sull’avanzare degli arabi è degno di un populista dei giorni nostri, così come le collusioni fra stato e chiesa e i traffici con non meglio precisati paesi arabi, per cui si mandano i poveri sudditi ad ammazzarsi fra loro mentre i rispettivi capi fanno affari (ricorda qualcosa?). Ci sono poi corpi di guerra speciali, impiegati come mercenari ferocissimi, party con laidi ricconi e dame addobbate come fosse Hunger Games, gli scontri fra popolo oppresso e scherani del Potere ricordano un G8 con tanto di molotov e assetto di guerra dei poliziotti. I detentori del potere hanno un’aria ovviamente da nazisti/StarWars, sia i nerivestiti militari sempre con il volto coperto dalle armature come fossero caschi, sia il perfido Sceriffo, in immancabile trench lungo di pelle. Quanto alle follie, avremo occhiali, doberman, polvere da sparo, tacchi a spillo e ferite che spariscono senza conseguenze nelle scene seguenti. Grande libertà anche nei costumi, le giacche del protagonista e dello Sceriffo sono da linea di abbigliamento sponsorizzata. Taron Egerton (conosciuto con la serie Kingsman) si conferma perfetto per questi ruoli da simpatico mascalzone, faccia da schiaffi con qualcosa di più; Ben Mendelsohn si incarna con compiacimento in un Malvagio di spessore (anche se un po’ pretestuoso); di una bellezza non patinata la figlia di Bono, Eve Hewson, l’eroina popolare; Jamie Dornan sembra volersi emendare dagli eccessi di 50 sfumature e accetta ruoli in cui non fa leva sul suo fascino, qui finendo pure cornuto. Jamie Foxx è teso e carismatico, mentre più debole è il personaggio di Frate Tuck, affidato al comico australiano Tim Minchin. Girato fra Dubrovnik e Budapest, Robin Hood è co-prodotto anche da Leo Di Caprio, che si deve essere fidato di una storia scritta da un esordiente assoluto, Ben Chandler, coadiuvato a un altro alle prime armi, David J. Kelly, diretta da Otto Banhurst, che ha all’attivo molti episodi di serie tv, fra cui l’ottima Peaky Blinders. I motivi per cui questo Robin Hood piacerà sono esattamente gli stessi per cui non piacerà, perché è un mischione incredibile da far invidia a Guy Ritchie (che con suo King Arthur ci è andato vicino quanto a stravolgimento), di tutto l’immaginario pop degli ultimi 50 anni e risaliamo così indietro perché una scena di inseguimento fra due carri con dei tiri di cavallo a quattro, più che un western ricorda le bighe di Ben Hur. Ma il risultato non è indigesto per l’indubbia qualità della confezione, per le scene d’azione frenetiche, per i combattimenti violenti, gli inseguimenti convulsi, per il ritmo sempre sostenuto. E un cast che si impegna come se il film fosse una cosa seria. Che non è, ma questo per noi è appunto il suo bello.

Per grandi e piccini

7