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Ride

Ogni cosa è recitata

di

Il contrario di piangere è ridere. E non riesce proprio a piangere Carolina, freschissima vedova del suo amato marito, caduto in un incidente di lavoro a 35 anni. Anzi, più facilmente ride, mentre subisce la pressione del lutto, con troupe televisive in arrivo per la cerimonia, scioperi e agitazioni previsti dagli operai colleghi, disordini con la Polizia quasi garantiti. E il pellegrinaggio di gente che vuole, esige di mostrare il proprio dispiacere, raccontando cose, dispensando consigli, portando cibo. Perché tutto è una grande recita, che va messa in scena secondo canoni prestabiliti e se non ci si adegua, allora non è lutto sincero. Fin da piccoli veniamo addestrati a rispondere in un determinato a modo a certi stimoli, come cani di Pavlov. Oggi (anzi, anche prima di oggi, già da qualche decennio) a fare da maestro ci ha pensato purtroppo la televisione, con i suoi reality dove pessimi attori schiamazzano su palcoscenici fasulli, dove tutto deve essere esibito, clamoroso, “cinematografico”. Ma ci sarà un modo diverso, riconosciuto socialmente, per vivere la propria disperazione? Domanda che il regista e autore del film si fa, ci fa, e trattandosi di Valerio Mastandrea, personaggio notoriamente schivo e riservato, c’è il dubbio che il film sia nato dal bisogno di raccontare una storia che in qualche modo lo riguarda, che gli è passata da vicino (il film è dedicato a “chi resta”). Ottima in questo senso la scelta della giovane Chiara Martegiani nel ruolo della protagonista, una ragazza che sembra un alter ego al femminile di Mastandrea, con il suo magro viso androgino, mobile ed espressivo. La narrazione segue diversi personaggi: Carolina, che cerca invano di piangere ricordando il marito, ascoltando canzoni, guardando foto; suo figlio (Arturo Marchetti), un ragazzino sveglio che con un amico si sta preparando con metodo al caos mediatico che seguirà; il padre del morto (Renato Carpentieri), un operaio padre padrone, ormai in pensione, alle prese con i propri rimorsi. A fare da coro, parenti e vicini e i colleghi in pensione del vecchio. Arriva anche il fratello del morto (Stefano Dionisi), il personaggio più debole nella costruzione della storia. Pur con qualche sottolineatura di troppo e una superflua incursione nel surreale (e il film ha un paio di sottofinali di troppo), Ride tocca e interessa, soprattutto se lo spettatore si è interrogato sull’argomento, se ha vissuto personalmente qualche occasione simile. Stretto fra le considerazioni di Pirandello, accettare passivamente il ruolo che ci è stato assegnato sul palcoscenico della vita, soffocati dalle convenzioni, indeciso su quelle parole di Leoncavallo (Ridi del duol che t’avvelena il cuor), gli gioverà ricordare che la nostra recita dovrà soddisfare o scontentare solo noi, quando ci troveremo davanti a uno specchio, finito il baccano. La libertà costa sempre e davanti al dolore alla fine si resta da soli e non sapremo mai, di quelli che sono venuti a mostrare il loro lutto, chi ha pianto per il morto, chi per se stesso

interessante

7