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Red Zone – Mile 22

Non ci sono che nemici

di

Chiariamo subito, non stiamo qui a sottilizzare su ideologismi e varie amenità del genere. Non ci sono più buoni e cattivi senza ombre nella storia contemporanea, figurarsi nella fiction. Quindi diamo per assodato che fra tutti i cattivi, gli americani cattivi sono pure loro, ma sempre un po’ meno di altri. Se poi sono Mark Wahlberg si sa subito se entrare in sala o astenersi. Dopo un’introduzione che lascia ben sperare, ci ritroviamo a Giakarta, posto corrotto da cui i ricconi stanno fuggendo per instabilità politiche. Un ex poliziotto locale è in possesso di segreti indispensabili per l’Occidente, per il Mondo. Per riuscire a caricarlo vivo su un aereo, il commando di forze speciali (di quelli che meglio morti che prigionieri) guidato sul terreno da Wahlberg, da remoto da John Malkovic, dovrà attraversare la città, sotto violento attacco da parte delle corrottissime autorità locali. 22 miglia da percorrere con il rischio di mortale imboscata costante. Ignorano i tapini che i russi, interessati anche loro al “pacco”, hanno hackerato le loro comunicazioni, contribuendo ad aumentare gli attacchi, sempre un passo avanti. Sarà un massacro. Red Zone è un film d’azione, solo d’azione, con un twist finale discretamente sorprendente, concitatissimo, con un montaggio che riesce ad incrementare l’ansietà, arricchito da combattimenti corpo a corpo di rara violenza (garanzia nel nome del co-protagonista Iko Uwais, campione di arti marziali indonesiane, dette penkat silat), sparatorie violentissime, esplosioni, inseguimenti in macchina, tutto del livello cui ci ha abituato Peter Berg (Boston – Caccia ll’uomo, Deep Water, Lone Ranger). Peccato che deluda la conclusione, che lascia il film aperto come se ci potesse essere un sequel, frustrando però le attese dello spettatore che è abituato che film di questo genere siano autoconclusivi (visto che non si tratta di una serie tv). Ma pare si stia pensando a una trilogia. Però si resta frustrati lo stesso. Forse anche questo vuole essere il senso, in controtendenza al solito, rientrando in quell’assunto iniziale, per cui in un immenso grigio, buoni e cattivi non si sa più chi sono e giustizia chissà cos’è e mai trionferà. Berg dirige con il suo solito stile e gli risparmiamo le accuse di “destrismo” che gli vengono rivolte, almeno in Italia (noi qui sempre col ditino alzato), come già successo per Lone Ranger. Qui siamo in territorio battuto da molti film thriller d’azione, su spie o corpi speciali (scelti perché oltre ogni legalità e controllo), protagonisti come buoni o cattivi di un sacco di film e serie tv assai godibili. Il ricorso a simili estremi “eroi”, libera inoltre il regista da obblighi di verosimiglianza. Che poi, che ne sappiamo, magari la realtà è così o peggio. Mark Wahlberg, alla sua quarta collaborazione con Berg, si ritaglia un personaggio un po’diverso dai soliti eroi laconici, un personaggio definito dai colleghi uno psicopatico a voler essere benevoli, ma con rispetto, una specie di mostro quanto a prontezza di riflessi, dotato per natura di un istinto di reazione velocissimo, del tutto anaffettivo e privo di filtri. Sembra quasi un autistico d’azione, rispetto a tutti i geni dell’intelletto che finora il cinema ci ha proposto in questi casi, sempre topi da biblioteca però. Funzionale il resto del cast, Malkovic compare poco. Impressionante, chissà se reale, il grado di tecnologia raggiunto da buoni e cattivi, che permette totale controllo a distanza di cose e persone. Ma attenzione a non illudersi mai di essere in cima alla catena alimentare.

Action e ancora action

7